«Con riferimento alle deduzioni prudenziali dal patrimonio di vigilanza, verrà valutata la possibilità di dedurre le attività per imposte anticipate solo per l'importo che eccede una certa proporzione del capitale di migliore qualità, in modo da evitare che diversità nei trattamenti fiscali nazionali creino eccessive disparità di trattamento (ad esempio il trattamento fiscale nazionale per gli accantonamenti a fronte del rischio di credito)». Il linguaggio è quello ultra-tecnico della Vigilanza, ma quello sui tax assets nei bilanci delle banche italiane resta il warning più diretto che la Banca d'Italia ha rivolto al sistema creditizio nazionale (e al Governo) nel suo commento a caldo sull'ormai cosiddetta «Basilea 3». Un avvertimento che si è inserito nella dialettica sempre accesa tra Tesoro, Bankitalia, Abi e imprese, sotto l'occhio di Piazza Affari. E che ha registrato un'eco immediata nell'intervista rilasciata al Sole 24 ore dal direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini (vedi edizione del 27 dicembre).

Lo schema aggiornato di supervisione prudenziale (Basilea 2) pubblicato prima di Natale dal Comitato di Basilea è stato dilazionato al 2012 nello start-up, ma è più severo nel richiedere (al primo di cinque grandi obiettivi di exit strategy) «un innalzamento della qualità del patrimonio di vigilanza» per gli intermediari piegati dalla crisi. L'indicazione portante riguarda certamente la ripulitura strutturale della "vera" base capitale di una banca: con la sostanziale compressione del Tier 1 al "capitale ordinario"; l'abolizione del Tier 3 e la riselezione del Tier 2, con l'eliminazione di strumenti ibridi di para-capitalizzazione. Tutte innovazioni regolamentari che sono ora "in consultazione" fino al 16 aprile prossimo, ma ridanno fiato da subito alle raccomandazioni del Financial Stability Board: le banche devono accelerare la fase "ricostituente" dei loro patrimoni, anche se questo costerà in termini di utili dichiarati e distribuiti ad azionisti e manager.

Tra le nuove regole proposte spiccano comunque anche quelle che penalizzano alcune voci dell'attivo, a scalare sul patrimonio di vigilanza: tra queste i cosiddetti deferred tax assets. La proposta di «Basilea 3» è che le «imposte anticipate» (formalmente un credito presunto nei confronti dello Stato) vengano del tutto dedotte del common equity ai fini del patrimonio di vigilanza: questo in una logica di maggior diffidenza verso le cifre meno "tangibili" del bilancio (punto 98 del documento di consultazione, http://www.bis.org/publ/bcbs164.pdf).
Nel concreto contabile delle banche italiane, entrano in gioco gli ingenti crediti fiscali accumulati negli anni per il trattamento nazionale le perdite su impieghi. Queste – a normativa corrente – sono deducibili nel conto economico annuale solo entro il tetto dello 0,30% del portafoglio crediti. Il resto viene capitalizzato e ripartito nell'arco di 18 anni. È così che, ad esempio, UniCredit denunciava al 30 settembre scorso attivi fiscali per 12,3 miliardi su un totale di bilancio di 957 miliardi e con 59,3 miliardi di patrimonio consolidato. E Intesa Sanpaolo, alla stessa data, segnalava tax assets per 6,9 miliardi su 631 di totale per circa 52 miliardi di patrimonio. Per le due big - come per l'intero sistema italiano - le perdite su crediti sono attese ancora in aumento nei conti 2009 (l'ultima stima aggregata Abi parla di una ventina di miliardi) e non è affatto detto la tendenza s'inverta rapidamente nel 2010.

All'appuntamento del 2012 con «Basilea 3», le banche italiane rischiano dunque di presentarsi zavorrate da "bolle fiscali" in bilancio. E queste inciderebbero non poco sui ricalcoli previsti per i patrimoni di vigilanza, con tutte le implicazioni del caso: di politica del credito, di rating, di redditività e pay-off, di valutazione dei titoli bancari in Borsa. È per questo che la Banca d'Italia ha dato evidenza al problema, già profilando peraltro un percorso risolutivo.

L'ipotesi di una deduzione solo parziale dei tax assets pare muoversi in parallelo con il pressing del sistema bancario per gli "sconti fiscali": ventilati dal Governo (soprattutto dopo la moratoria creditizia) ma per ora mai confermati. Già nella bozza di "decreto anticrisi", l'estate scorsa, era ipotizzato l'aumento allo 0,50% dell'aliquota di deduzione annuale delle perdite su crediti e il dimezzamento a 9 anni del periodo d'ammortamento con un maggior allineamento internazionale. Entrambe le misure tenderebbero a contenere e sgonfiare i tax assets, anche se a svantaggio dei gettiti Ires. Sono quindi in parte comprensibili le resistenze dell'Economia: che - presumibilmente - potrebbe sollecitare contropartite fiscali (prelievi alternativi) o di politica creditizia (ad esempio sul terreno del controllo dei bonus dei top manager, già focalizzato dalle norme sui Tremonti-bond). Se la disparità di trattamento tributario più volte lamentata dalla Banca d'Italia è un dato di fatto, «Basilea 3» ha indubbiamente acceso una luce un po' cruda sugli equilibri fiscali consolidati nel tempo tra Erario e banche italiane: queste ultime sempre tendenzialmente contrarie a veder limitata la piena deducibilità degli interessi passivi sulla raccolta e quindi meno sensibili alla deducibilità allargata delle perdite. Che viene poi puntualmente invocata in tempi di crisi.

 

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