Un ultimo trimestre, ma soprattutto un 2009 nel suo complesso, migliore rispetto al consensus espresso dagli analisti. E nessuna esigenza, per ora, di ricorrere a bond per finanziare gli investimenti.

Ieri sera Sergio Marchionne, prima di entrare in Borsa Italiana per ricevere dal governo britannico a nome della Fiat il premio come azienda investitrice dell'anno in Inghilterra, ha fatto il punto sull'integrazione fra Torino e Auburn Hills.

«Stiamo procedendo bene - ha detto in pullover blu con un grado sotto lo zero, sullo scalone di Palazzo Mezzanotte - e il 2010 andrà meglio del 2009, anche se venissero meno gli incentivi». Una cosa che Marchionne non consiglierebbe di fare, «non tanto per Fiat quanto per l'intero sistema industriale italiano». L'attuale profilo finanziario del gruppo è coerente con gli investimenti prospettati nei prossimi due anni, che valgono otto miliardi di euro: «Non abbiamo problemi di liquidità. Né abbiamo bisogno di emettere obbligazioni per attuare i nostri progetti».

Lunedì prossimo a Torino il consiglio di amministrazione esaminerà il preconsuntivo dell'esercizio appena conclusosi. Numeri che, dunque, dovrebbe essere migliori di quelli calcolati dagli analisti, che a livello di gruppo avevano preventivato una perdita di 470 milioni di euro.

A proposito degli equilibri interni agli assetti proprietari, fra Torino e l'Italia, gli Stati Uniti e Auburn Hills, il manager italocanadese è stato tranchant: «La famiglia Agnelli, tramite Exor, è sempre l'azionista di riferimento. Con l'operazione Chrysler non è cambiato nulla».

Comunque sia, la geografia del nuovo gruppo è ormai bipolarizzata: il Nord America, dove peraltro nel dicembre del 2010 il marchio Fiat proporrà nei concessionari della Chrysler la 500, e l'Italia. Ma, al di là delle distanze, il processo di integrazione industriale e tecnologico del nuovo agglomerato è in piena attuazione: «L'operazione prosegue secondo i nostri piani». Una integrazione delicata e profonda. Diversa rispetto a quella fra Renault e Nissan, che non contempla la convergenza di piattaforme. «Cosa che invece - ha chiosato l'amministratore delegato - noi stiamo facendo».

Nulla di nuovo sul fronte caldo degli stabilimenti italiani. «Non ho niente da aggiungere su Termini Imerese». Per ora nessun contatto con Simone Cimino, il gestore del fondo Cape Natixis, e con investitori cinesi da questi coinvolti. E quasi un filo di amarezza per il problema-Alfa: «Si tratta di un marchio con un grandissimo potenziale, che non è mai riuscito veramente, anche per colpa nostra, a portare dei risultati. È il nostro bambino da curare. Io ce la sto mettendo tutta per metterlo sulla via della guarigione, ma dipende anche dal bambino».

 

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