Un obiettivo centrato in pieno: la disinflazione. Un altro mancato ma non trascurato: l'aggiustamento dei conti pubblici. È questo il bilancio dei due governi guidati da Bettino Craxi tra il 1983 e il 1987 per la politica economica. La battaglia contro l'inflazione fu vinta per meriti propri (il decreto di San Valentino e il successo nel referendum sulla scala mobile) e grazie alla caduta del prezzo del petrolio. I prezzi al consumo crollarono dal 14,6% del 1983 al 4,6% del 1987.

Per la finanza pubblica, invece, molti economisti hanno parlato degli anni di Craxi come di una «occasione mancata» per riportare in equilibrio i conti dello stato. Il divario tra le uscite e le entrate si era formato nel periodo 1965-66, si era aggravato all'inizio degli anni 70 e stava raggiungendo dimensioni preoccupanti. Le condizioni per intervenire c'erano tutte: un buon tasso di crescita (intorno al 3%), l'inflazione in forte calo, una maggioranza (il pentapartito) consistente e soprattutto un orizzonte di governo lungo, almeno per quei tempi.

Come andò invece? Il deficit pubblico (o indebitamento netto, come si dice adesso) toccò il suo massimo storico proprio nel 1985 con il 12,4% del Pil. Da allora però cominciò a scendere, sia pure lentamente. Ma bisognò attendere la Seconda Repubblica per registrare riduzioni consistenti.
Anche il deficit primario (al netto della spesa per interessi) fece segnare un massimo storico nel 1985 con il 4% e poi prese a scendere. Intanto il debito pubblico cresceva anno dopo anno: dal 63,1% del Pil di fine 1982 balzava all'89,1% di fine 1987. Le massicce emissioni di titoli di stato facevano lievitare la spesa per interessi che nel 1983 raggiunse il 7,8% del Pil e salì fino a un massimo del 12,7% nel 1993.
In quegli anni le spese correnti al netto degli interessi rimasero stabili, tra il 36 e il 37% del Pil. Per inciso, il massimo storico è stato toccato nel 2008 con il 39,9%. Come rimase stabile la pressione fiscale.

«Diciamo che fu bloccato e invertito il processo di peggioramento», sintetizza Antonio Pedone, che fu il consigliere economico di Craxi. In condizioni peraltro non facili perchè il "contesto", internazionale e interno, era profondamente cambiato. Negli anni 70 la fine del sistema di Bretton Woods, le due crisi petrolifere, la nascita del Sistema monetario europeo avevano prodotto politiche monetarie e fiscali più restrittive.
Il tasso d'interesse reale (cioè al netto dell'inflazione), che era stato a lungo negativo con effetti benefici per il bilancio pubblico a scapito però di chi investiva in titoli di Stato, diventò positivo. E molto positivo, fino al 6%, per i paesi come l'Italia che avevano forti esigenze di finanziamento. All'inizio degli anni 80, con il "divorzio" tra Tesoro e Banca d'Italia promosso da Nino Andreatta in chiave antinflazionistica, venne meno anche il finanziamento automatico e poco oneroso della banca centrale.

La regola aurea per la stabilizzazione del rapporto debito/Pil in quegli anni non si poteva realizzare perché il tasso di interesse reale era superiore al tasso di crescita del Pil.
Ma c'erano altri motivi che impedivano di correggere gli squilibri. La priorità di combattere l'inflazione e di rilanciare così la crescita impedivano di utilizzare le imposte indirette (che fanno salire i prezzi) per aumentare le entrate.
Sulla spesa invece c'era il problema delle clientele e delle lobby che comandavano in parlamento, impedendo qualsiasi taglio e sollecitando ulteriori aumenti. Le resistenze maggiori, oltretutto, venivano dalla maggioranza. Craxi abolì il voto segreto sulle questioni di finanza pubblica. Fu una decisione difficile sul piano politico, che provocò proteste e accuse di violazione dei sacri principi parlamentari. Ma non bastò. Si dovette aspettare il governo guidato da Giuliano Amato, che era stato il braccio destro di Craxi a Palazzo Chigi, nel 1992 perché fossero presentati e approvati, sulla spinta dell'emergenza, i provvedimenti necessari ad avviare una radicale correzione della tendenza della spesa pubblica (previdenza, sanità, enti locali), divenuta ormai incontrollabile.

Nella politica fiscale Craxi non ebbe il coraggio che invece mostrò con l'abolizione della scala mobile. Era peraltro consapevole, secondo chi lavorava con lui all'epoca, che il problema dei conti pubblici si stava aggravando ma era anche convinto che il parlamento non avrebbe fatto passare una linea di rigore sulla spesa. Ed era molto preoccupato delle conseguenze che il disordine fiscale poteva avere sulla posizione dell'Italia nei consessi internazionali. «Quando vado ai vertici voglio che l'Italia sia rispettata», diceva sempre. Ma far digerire ai tedeschi, soprattutto, certi dati del bilancio pubblico in quegli anni non fu impresa facile.

 

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