Stato critico

C'è la crisi. Questa frase è diventata, da pochi mesi, il leitmotiv di qualsiasi conversazione non soltanto di taglio economico. Rapidamente si è trasformata in uno strumento giustificatorio ad ampio ventaglio — come se fosse la spiegazione semplice e diretta di tutta una serie di fenomeni.

Non solo: per gli amanti della cabala, questa crisi cade più o meno ottant'anni dopo l'inizio della Grande Depressione. Le coincidenze sembrano sufficienti per scatenare il panico, e dopotutto non c'è termine più affascinante per la massa: crisi suona già come qualcosa di rotto fra i denti, qualcosa che difficilmente si metterà a posto.

Di fronte a questo panorama, una buona domanda è: come si reinventa uno scrittore? Quali sono i suoi mezzi?

 

Ottant'anni fa

Il 1929 suonò come il rintocco di una campana. Dopo gli anni ruggenti, gli scrittori americani si ritrovarono all'improvviso in una situazione di stallo. In Europa fu la parola fine su un'epoca di rassegnato intermezzo. L'approccio più diffuso fra gli intellettuali fu allora quello di una narrativa impegnata, politicizzata. Di fronte alla minaccia dei fascismi, l'ideologia di sinistra appariva a molti occidentali come una grande utopia, qualcosa che potesse far convergere creazione artistica e impegno sociale.

Un artista che si pose in contrasto quasi netto — e che rappresenta l'altra frangia delle possibili reazioni — fu Ernst Hemingway. Morte nel pomeriggio e Verdi colline d'Africa, rispettivamente del 1932 e 1935, sono la cifra di questo atteggiamento distaccato. Peraltro, la "maturazione" ideologica dello scrittore avverrà immediatamente dopo, con la guerra di Spagna.

Ma la verità è che Hemingway è stato per molti versi il miglior interprete della sensibilità prima e dopo la crisi, uno dei pochi in grado di trovare un fil rouge che superasse la concretezza del momento. Forte di una coerenza intima, capace di leggere magistralmente l'inquietudine dell'uomo novecentesco, si limitava a trasmettere un'etica minimale attraverso la sua scrittura. Al di là di ogni facile manicheismo fra "impegno" e "disimpegno".

 

Oggi — gli scrittori

Al giorno d'oggi, il crollo delle grandi utopie sembra aver ampliato il parco degli scrittori individualisti. La ritrosia verso un fronte comune è una cifra molto diffusa, ma questo non rende la scrittura un'arte priva di spirito critico, né gli scrittori contemporanei più cinici o vigliacchi.

Rispetto al 1929, tuttavia, le possibilità di scambio sono aumentate in maniera esponenziale. La rivoluzione della comunicazione offre vie di confronto che prima si limitavano al caffè o alle riviste cartacee. E se questo può essere materia per i nostalgici, lo è anche per i futuristi.

Certo, è impossibile valutare cosa stia accadendo a livello globale (è difficile farlo persino localmente), ma qualche indicazione di massima può essere fornita. Gli scrittori oggi sono già oltre l'alternativa impegno/disimpegno, e hanno la possibilità di affrontare la crisi — il problema anche poetico che essa pone — in termini nuovi, più liberi. L'individualismo di cui sopra si respira senz'altro nell'aria. Ma forme di collaborazione alternativa fra autori possono comunque nascere, soprattutto ai margini dell'impero.

Il problema è che questo senso di possibilità assoluta (dovuto anche alla liberalizzazione totale delle forme di comunicazione) rischia di trasformarsi in un peso. Di fronte a una produzione di parole sempre maggiore — basti pensare al blogging più sfrenato — la necessità di una scrittura autentica e veritativa si fa sempre più pressante, ma al contempo sempre più complessa. Soprattutto perché non sembra più avere ideali disponibili cui rivolgersi. Nel 2009, lo scrittore è sostanzialmente solo con se stesso, e al massimo con i suoi colleghi.

 

Oggi — il mercato

Non solo: la crisi minaccia la scrittura anche in quanto parte strutturale dell'editoria, che rispetto al 1929 è diventata un'azienda e subisce direttamente la flessione economica. Di fronte a una uragano di licenziamenti e decurtazioni, i beni non strettamente necessari — come appunto i libri — hanno subito un grosso calo delle vendite.

In un articolo su "La Repubblica" (9 gennaio 2009), Antonio Monda e Jonathan Franzen hanno calcolato l'impatto effettivo di questo fenomeno. In particolare, Franzen si aspetta "un periodo in cui a livello editoriale domineranno personaggi la cui prima attenzione è rivolta a difendere la propria poltrona. In periodi come questi la logica del profitto porta inevitabilmente a limitare i rischi". Se questo farà dire addio a molte feste glamour e aperitivi letterari da migliaia di dollari (il che non è necessariamente un male), creerà anche meno possibilità per i più giovani e per gli scrittori più sperimentali.

Tuttavia, resta sempre una fetta di lettori che ritiene la letteratura un'esperienza irrinunciabile. È grazie a loro che, probabilmente, la narrativa mondiale non dovrà dividersi fra best sellers sempre più effimeri ed eventi indie al limite dell'inesistenza o della mancata percezione.

In altri termini, il messaggio sembra essere questo: Sarà dura per tutti, ma la crisi non farà smettere di leggere. I grandi narratori non smetteranno di raccontare storie.

 

Poeti della crisi

Ma la domanda è: quali grandi narratori? Ed è una domanda che tocca il cuore del problema.

Rispetto al 1929, il mondo del 2009 è incredibilmente più complesso. Soprattutto a un livello relazionale: tutto è più rapido, meglio connesso, e dunque inevitabilmente più globale — nel vero senso del termine. Questi aspetti aiutano a trovare una spiegazione meno materialistica della crisi e del suo rapporto con la scrittura.

La crisi odierna, veicolata da un'informazione sempre più rapida e tendenzialmente allarmistica, non comporta soltanto una flessione economica, ma anche una flessione esistenziale. Siamo bombardati da messaggi che attestano un impasse. Inoltre, come è stato fatto notare, la differenza fra il 1929 e il 2009 sta nel fatto che la "nostra" crisi ha una radice strutturale e non speculativa. Le risorse mondiali, durante questi ottant'anni, sono state ampiamente sfruttate e ora si trovano in una situazione di scarsità.

In questo senso, la forma di precarietà che ci troviamo a vivere sembra essere ancora più radicale, come minata nel profondo. Ma anche tale forma di precarietà non esclude affatto la possibilità di una grande narrazione.

Certo: dal punto di vista drammaturgico, c'è il rischio che questo provochi un serio appiattimento. Le conseguenze dirette della crisi sembrano le più banali, e spesso vengono registrate nelle forme di narrativa più banale (il realismo speculare: racconti di precariato, di perdita della bussola civile, ecc.).

Ma il vero scrittore sa che la crisi contiene dentro di sé il germe di un rinnovamento possibile. Questo significa in primo luogo accettare l'evento così com'è, e riconoscerne l'infinita complessità. In secondo luogo, significa non "usarlo": smetterla di farsi cronachisti della crisi per diventare — tutt'al più — suoi poeti.

 

Scritture complesse per un mondo complesso

Per ora possiamo solo immaginare chi si prenderà il compito di sostenere l'immaginario di questa ondata (in qualunque forma si decida di farlo). Gli scrittori più indicati sembrano essere mostri sacri come David Grossman, Don DeLillo, Salman Rushdie o Richard Powers. L'ultimo libro di DeLillo, in particolare, è stato già un passo nel sistema traballante del nuovo millennio. Dopo aver chiuso con Underworld l'epica americana del tardo '900, i suoi strumenti di indagine si sono rivolti a nuovi fattori di squilibro come il terrorismo internazionale.

Eppure, la grandezza di DeLillo non sta in questo, bensì nel far risuonare insieme le sfere del macrocosmo e del microcosmo —  come soltanto può uno scrittore autentico. Lo stesso equilibrio su cui su muoveva Hemingway, raccontando la guerra e l'amore in un'unica pagine. Senza una narrativa che restituisca questo aspetto, che esplori la logica del rapporto fra individuo e crisi globale, si rimarrà fermi in superficie. Ma per un mondo in crisi occorre una forma adeguata di bellezza che lo possa raccontare: una bellezza inquieta, vasta, complessa.

Il vero problema, mi accorgo in chiusura di pezzo, è che gli scrittori che ho nominato appartengono a un'epoca precedente. Il nuovo secolo ne pretende ancora di nuovi: pretende la sua leva di narratori in grado di rispondere alle nuove domande poste. Scrivere in tempo di crisi può fare molta paura. Occorre un'enorme forza di volontà per affrontare l'inquietudine del momento, e la precarietà dello stesso panorama editoriale.

Ma di questo c'è bisogno. Di scrittori all'altezza del compito, che credano ancora nel potere forse non salvifico, ma quantomeno etico, della parola.
Chi risponderà all'appello?

 

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