L'attuale formazione degli Iron Maiden
L'attuale formazione degli Iron Maiden: Steve Harris (basso), Bruce Dickinson (voce), Dave Murray (chitarra), Adrian Smith (chitarra), Janick Gers (chitarra) e Nicko McBrain (batteria)

Spulciando nel proprio armadio, pochi sarebbero i rocker a non imbattersi in una maglietta degli Iron Maiden. Quella con il faccione scarnificato di Eddie The Head, la zombi-mascotte che da 30 anni accompagna una delle più grandi heavy metal band del pianeta. Avvisaglia dell'apparizione del mostro creato dall'illustratore Derek Rigg si era avuta l'8 febbraio del 1980. Quando la cover del primo singolo «Running free» mostra un ragazzo terrorizzato fuggire da un mostro nascosto nel buio. Per fare la conoscenza dello smunto Eddie bisognerà però aspettare un paio di mesi. Il 14 aprile, per la precisione. Allorché l'album di debutto degli Iron Maiden con lo zombi in (brutta) mostra sulla copertina cominciò a incendiare la scena musicale di Sua Maestà con un miscuglio di punk e hard rock. Dieci anni dopo i primi vagiti dei Black Sabbath, per il metal cresciuto sulle ceneri fumanti del punk '77 era arrivato il momento di pigiare l'acceleratore, limare le ascendenze blues e ritrovare un certo gusto per la melodia e gli assoli di chitarra. Si parlava di «new wave of british heavy metal». Un gusto musicale capitanato proprio dalla band fondata dal bassista Steve Harris e composta, al tempo, dai chitarristi Dennis Stratton e Dave Murray, dal batterista Clive Burr e dal cantante Paul Di'Anno (l'attuale frontman Bruce Dickinson gli subentrerà nel terzo disco, il superclassico «The number of the Beast» del 1982).

L'omonimo «Iron Maiden» infila otto pezzi senza esclusione di colpi. Ruvidi e potenti come Motörhead insegnano. Si parte con l'intro bruciante di «Prowler» e si prosegue sparando cartucce come «Running free» e «Charlotte the harlot». Per non parlare dell'inno conclusivo «Iron Maiden» che, ai concerti, di solito accompagna l'apparizione di Eddie in versione pupazzo gigante. L'album si piazzò al quarto posto della chart britannica, guadagnandosi la pubblicazione negli States, dove sbarcò qualche mese dopo sull'onda delle polemiche. Colpa dell'esuberante Eddie, ritratto mentre accoltella nientemeno che Margaret Thatcher sulla cover di «Sanctuary», singolo realizzato appositamente per il mercato statunitense. E poco importa che, nella seconda stampa, il premier britannico sia stato mascherato da una fascia nera sugli occhi (nella copertina dell'Ep «Women in uniform» la Thatcher però si vendicherà tendendo un agguato a Eddie). Certo è che la storia degli Iron Maiden, il cui nome deriva da uno strumento di tortura (la vergine di Norimberga), da quel momento sarà costellata di scandali. Incluse le solite accuse di satanismo. Eppure, quattordici album e oltre cento milioni di dischi venduti dopo, non soltanto sono ancora sulla piazza, ma i loro album si trovano perfino in edicola. Per saggiarne la forma di questi metal-sauri non resta che andare, il 17 agosto, a Villa Manin di Codroipo (Udine) per l'unica data italiana del loro nuovo tour. Mentre entro la fine dell'estate dovrebbe arrivare, a quattro anni dal precedente «A matter of life and death», il disco di studio numero quindici: «The final frontier».
Iron Maiden, «Iron Maiden», Emi

Discografia

La cover del primo singolo
«Runnin free»
,
uscito l'08 febbraio del 1980





La cover del primo album
«Iron Maiden»,
uscito il 14 aprile del 1980





La cover di «Sanctuary»,
singolo realizzato per il mercato Usa,
uscito il 23 maggio del 1980





La copertina del singolo
«Women in uniform»,
cover degli australiani Skyhooks.





La cover dell'album
«The number of the Beast»,
uscito il 29 marzo del 1982



 

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