Inizialmente doveva essere Nottingham. Inizialmente, Russell Crowe avrebbe dovuto "riabilitare" la figura dello sceriffo troppo spesso inviso e deriso in tutte le varie trasposizioni inerenti il mitico arciere di Sherwood. Poi è cambiato tutto, la star neozelandese - anche produttore insieme a Brian Grazer e Ridley Scott - ha preferito vestire i panni dell'eroe preconizzato e "riscrivere", su sceneggiatura del premio Oscar Brian Helgeland (L.A. Confidential) le origini di una figura leggendaria: che cosa è successo prima che Robin Longstride, fidato arciere al soldo di Re Riccardo Cuor di Leone (Danny Huston), diventasse il noto fuorilegge Robin Hood? Come, e quando, incontrò Lady Marion (Cate Blanchett), futuro amore della sua vita? Qual era la situazione politica e sociale dell'Inghilterra a cavallo tra il XII e il XIII secolo, all'indomani della morte dell'amato re e del conseguente passaggio della corona all'infido Principe Giovanni (Oscar Isaac)? Originale nelle premesse, Robin Hood finisce però per assomigliare troppo al Gladiatore (impossibile non ritrovare nelle concitate e caotiche sequenze di battaglia, realizzate con la camera a mano, echi del precedente kolossal sempre diretto da Scott e interpretato da Crowe) senza far dimenticare il mediocre Le crociate, film che cade proprio a metà strada nel decennio che li divide (era il 2005): ancora una volta provando ad inserire riferimenti politici all'attualità del nostro mondo (Robin che spiega a Riccardo I quanto il massacro di oltre 2000 musulmani li abbia condannati ad essere dei senza Dio) e accelerando verso il finale nella rivisatazione politically correct di una Lady Marion "con gli attributi" (tanto da farla anche combattere contro i nemici francesi), Ridley Scott smussa minuto dopo minuto (141' in totale, tanti) i risaputi connotati anarchici che da sempre hanno accompagnato la caratterizzazione del personaggio protagonista, trasformandolo di fatto in un antesignano democratico che - sulle orme ritrovate di un padre di umile estrazione ma "visionario" - finirà per unire lo spirito di un intero popolo al cospetto degli invasori, dopo aver ottenuto dal nuovo re Giovanni la promessa della firma sulla Magna Charta (mai esplicitamente citata nel film). Com'era forse prevedibile, dunque, il lavoro di Scott perde lungo il cammino la possibilità di approfondire alcuni personaggi e il loro legame con l'eroe (da Little John allo sceriffo di Nottingham, interpretati da Kevin Durand e Matthew Macfadyen), dando comunque risalto a figure mai troppo raccontate quali il doppiogiochista Sir Godfrey (un superlativo Mark Strong), il Maresciallo Guglielmo (William Hurt) e Sir Walter Loxley (Max Von Sydow), suocero di Lady Marion e destinatario della gloriosa spada utilizzata in battaglia dal figlio caduto, riportata indietro dallo stesso Robin: è proprio sulla costruzione di questo ritorno in patria e sulla progressiva riacquisizione di un dimenticato "senso delle origini" che ruota l'intero film, di sicuro suggestivo ed eccellente per quello che riguarda le varie scene di raccordo e di grande respiro visivo (vedi la sequenza che anticipa lo sbarco dei francesi a Dover e la conseguente battaglia sulla spiaggia), ma terribilmente sovraccarico e ridondante (come tutte le musiche di Stretenfeld), bloccato nel momento in cui bisognerebbe osare qualche sfumatura in più nella psicologia di alcuni personaggi e, soprattutto, dimentico in troppe occasioni di rispettare qualsivoglia verosimiglianza (dalle molteplici abilità dell'arciere tuttofare Robin Hood, anche ottimo cavaliere, all'imponenza della flotta di re Filippo II di Francia, dipinto naturalmente come trasandato nullafacente, mangiatore d'ostriche a bordo fiume e con indosso una vestaglia à la mode). Troppe frecce per un solo arco, probabilmente, da scoccare sulla Croisette e nelle sale di tutto il mondo all'unisono per un'apertura di Festival che punta più alla grandezza delle star in ballo che all'effettiva qualità del prodotto in sé: praticamente il contrario di quanto avvenuto lo scorso anno con Up, capolavoro non solo assoluto, ma animato.

Valerio Sammarco
 

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