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Impariamo dall'Asia la vera exit strategy

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Questo articolo è stato pubblicato il 26 maggio 2010 alle ore 09:50.
L'ultima modifica è del 26 maggio 2010 alle ore 08:39.

Disordini, debiti e la strisciante paura di un incombente decennio perduto: non stupisce che in Europa serpeggi il pessimismo. In realtà non stiamo assistendo a una mera "crisi finanziaria, parte seconda", ma alla "sfida della crescita sostenibile, parte prima". La differenza ha implicazioni di tutto rilievo per la politica. Quando si sbaglia la diagnosi, ne deriva una terapia errata.

Il pacchetto da 750 miliardi in difesa dell'euro serve solo a guadagnar tempo. Ma non sarà sufficiente. Finora il mondo ha concentrato la propria attenzione sulla contrazione e l'indebitamento fiscale, ma questo è solo un aspetto dell'intera vicenda. Il mondo e l'Europa devono tornare anche a una crescita solida e sostenuta, senza la quale i correttivi fiscali saranno soltanto più dolorosi e la politica più ingestibile.

Per evitare un salvataggio decennale - con tutti i rischi politici ed economici che ciò comporta - il mondo necessita di una maggior crescita sia nei paesi in via di sviluppo sia in quelli sviluppati. Stiamo assistendo a uno spostamento in corso verso una nuova economia globale multipolare, con migliori prospettive nei paesi in via di sviluppo che in quelli sviluppati. La Banca mondiale prevede una crescita nelle economie in via di sviluppo pari a circa 6 punti percentuali per quest'anno e per il prossimo, più del doppio di quanto previsto per i paesi a più alto reddito. Dal 2000 ai paesi in via di sviluppo si deve oltre la metà dell'aumento nella domanda globale di importazioni.

Qui non si tratta di vincenti piglia-tutto. Un'accelerazione di questo spostamento potrà aiutare i paesi sviluppati a risolvere i loro problemi e al contempo dar vita a un sistema globale meglio bilanciato. Ogni dollaro speso in beni d'investimento nei paesi in via di sviluppo può rendere 35 centesimi di dollaro nella domanda di beni capitali prodotti nei paesi ad alto reddito, esattamente il genere di beni di gran valore che creano posti di lavoro ben remunerati.

La crescita può essere ottenuta tramite cambiamenti politici, senza finanziamenti statali. L'apprezzabile sviluppo registrato dall'India dagli anni 90 ha abbinato i profitti del manifatturiero alla riforma del settore dei servizi. Uno studio della Banca mondiale condotto su 4mila aziende indiane dal 1993 al 2005 dimostra che le riforme nei settori bancari, delle tlc e dei trasporti hanno aumentato la produttività manifatturiera. Alcune riforme politiche in Africa hanno incoraggiato il settore privato a investire oltre 60 miliardi di dollari in tecnologia, mettendo ormai il 65% degli africani nelle condizioni di poter accedere a servizi di telefonia wireless.

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Tags Correlati: Anna Bissanti | Asia | Banca Mondiale | Europa | Politica | Robert Zoellick

 

Le crisi finanziarie possono in verità dare il via alle riforme. L'anno scorso mentre le economie sviluppate si concentravano sulle trasformazioni keynesiane della domanda, quelle dell'Asia Pacifica stavano varando riforme - soprattutto nel settore dei servizi - per attivare una crescita maggiore. Mentre le economie sviluppate si concentravano sulle normative finanziarie e su un nuovo iter normativo, quelle asiatiche stavano studiando in che modo una deregulation potesse alimentare l'innovazione e favorire la creazione di posti di lavoro.

I paesi in via di sviluppo hanno compreso che una ripresa sostenibile dipende dal rinnovato vigore che si saprà instillare nel settore privato. Le aziende investiranno se il clima politico consentirà loro di guadagnarci. La maggior parte dei governi ha varato nel 2009 riforme normative per facilitare il business, più che in qualsiasi altro anno a partire dal 2004, e in tutto il mondo sono entrate in vigore 300 riforme, la maggior parte delle quali nelle economie sviluppate.

Nella "Sfida della crescita sostenibile, parte prima" non si tratta di attuare un'austerità assoluta, ma di trovare strade percorribili e sostenibili verso la prosperità. L'Unione Europea e gli altri paesi sviluppati necessitano di qualcosa di più di un maggior rigore fiscale, specialmente se questo è ottenuto approvando sempre nuove tasse che vanno ad aggiungersi a quelle già esistenti. Necessitano, nello specifico, di cogliere le occasioni che la crescita saprà creare, per scongiurare l'eventualità di vivere un "decennio perduto". E oltre a ciò dovranno imparare un'ulteriore lezione: nel 2008 la crisi è stata provocata dagli Usa; nel 2010 dall'Europa. Per gli uni come per l'altra adesso sono i paesi in via di sviluppo a indicare la rotta giusta lungo la quale proseguire. Sarebbe ora che ne tenessimo conto.

Robert Zoellick è presidente della Banca mondiale
(Traduzione di Anna Bissanti)

© FINANCIAL TIMES

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