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Togliere soldi (e funzioni) alle regioni

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 novembre 2010 alle ore 09:00.
L'ultima modifica è del 05 novembre 2010 alle ore 09:06.

La storia del Sud nel nostro paese ci costringe a ragionare in un'ottica di lungo periodo, e in quest'ottica va inquadrato anche il federalismo. I trasferimenti al Sud sono fondamentalmente trasferimenti da ricchi a poveri, che esistono in tutte le democrazie avanzate; non finiranno certo con una legge sul federalismo. L'unica strada che porta a una riduzione del peso sui contribuenti del Nord è lo sviluppo del Sud. Sviluppo vuol dire produzione, e produzione vuol dire impresa. E l'impresa al Sud ha bisogno di competenza e affidabilità nei suoi interlocutori, non certo di politici che gestiscono fondi di contribuenti a cui non devono rispondere.

Per avere competenza e affidabilità ci vogliono Istruzione e Giustizia, che con la Sanità formano i servizi "essenziali" allo sviluppo economico-sociale. Sulla qualità dei servizi essenziali sembrerebbe dunque ragionevole investire le risorse che il Nord trasferisce, e non su ulteriori dosi di trasferimenti «senza vincolo di destinazione» (art.119 della Costituzione) che da 150 anni continuano a non avere alcun effetto duraturo. Questo, purtroppo, è esattamente il contrario di ciò che contiene l'attuale progetto di federalismo. Si punta a decentralizzare Istruzione e Sanità commisurando i trasferimenti ai "costi standard" del servizio ottenuti con tecnologia efficiente, sorvolando silenziosamente sul forte impatto negativo che questo avrà sulla qualità del prodotto nelle regioni più deboli; e s'impernia la trattativa Nord-Sud sull'entità dei vari fondi "perequativi".

È un'agenda che corrisponde, di fatto, agli interessi di breve periodo dei cittadini del Sud, che i politici da loro eletti sono ben contenti di portare avanti. Con i fondi perequativi si aprono cantieri "domani mattina": alla tentazione di afferrare benefici di breve rinunciando a benefici di lungo non scappa nessuno. Ma in questa trappola sono anche gli elettori del Nord? No, questo è il punto. Il loro interesse di lungo periodo coincide con quello del Sud; e nel breve, per un fine o per l'altro i soldi li tirano fuori ugualmente. Potrebbero smettere di sprecarli e imporre al Sud, in un patto per lo sviluppo, i sacrifici necessari a conseguire il comune obiettivo di lungo.

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Ciò significa minimizzare i trasferimenti per la fornitura di beni pubblici prettamente locali che localmente dovrebbero essere scelti e finanziati; e investire invece sui servizi essenziali puntando al valore prodotto piuttosto che al costo. Dovrebbe esser lo stato, non le regioni, ad occuparsi del divario nella qualità dell'apprendimento fra i ragazzi del Nord e quelli del Sud; dovrebbe esser lo stato a farsi carico di ridurre il tasso di mortalità infantile che al Sud è più che doppio che al Nord. La gestione efficiente dal centro delle unità operative (scuole, ospedali, tribunali) è oggi possibile grazie alle misure attendibili della qualità dei servizi. La Norvegia è tornata a una gestione centralizzata della sanità per evitare il dilemma tra sfondare sui costi o ridurre la qualità. Il federalismo per lo sviluppo richiede più stato per i servizi essenziali e meno stato per i beni pubblici locali,
non viceversa.
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