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Questo articolo è stato pubblicato il 27 novembre 2010 alle ore 09:31.
L'ultima modifica è del 27 novembre 2010 alle ore 09:57.
Gentile direttore, si può complessivamente concordare con l'articolo di Dario Braga «Un dottore di ricerca a misura di mercato», pubblicato sul Sole del 24 novembre. Non sono tuttavia d'accordo quando Braga attribuisce al «tradizionale conservatorismo della comunità accademica» un "uso improprio" del dottorato, trasformato in «una sorta di viatico per l'accesso alle carriere universitarie». Peccato che sia proprio l'art. 68, comma 1, del decreto 382 a stabilire che il dottorato di ricerca è «valutabile unicamente nell'ambito della ricerca scientifica» (leggi: carriera universitaria): quindi la responsabilità non è stata (almeno principalmente) della "comunità accademica" (della quale non voglio essere assolutamente il difensore d'ufficio, pur facendone parte), ma dei politici. In particolare furono i politici di sinistra, timorosi che l'istituzione del dottorato "dequalificasse la laurea", a opporsi a che diventasse di diritto e di fatto il titolo di studio di livello più alto, riconosciuto come tale senza limitazioni di sorta. Quindi, perfettamente d'accordo con Braga che il dottorato di ricerca diventi, come in quasi tutti i paesi, «il massimo livello della formazione universitaria»: ma per fare questo, occorre che la comunità accademica spinga non solo sul mondo dell'impresa, ma anche sui politici e sugli amministratori pubblici affinché questo titolo di massimo livello ottenga il riconoscimento che merita. Si potrebbe poi aggiungere che è assolutamente ridicolo che l'Italia sia l'unico paese del mondo sviluppato in cui la qualifica di "dottore" viene concessa già a chi consegue il titolo universitario di livello più basso (la laurea triennale), anziché soltanto a chi ottiene il dottorato di ricerca.
Giorgio Graffi
Professore di Glottologia e Linguistica
Università di Verona
Caro professore, qualche giorno fa ho tenuto la rassegna stampa su Radiotre, il canale di cultura Rai ora diretto da Marino Sinibaldi e rilanciato dal grande Enzo Forcella. Chiacchierando con un ascoltatore ebbi a osservare che la Fisica italiana non compete con il mondo come vorremmo, pensando a Fermi, Majorana, Amaldi, Cabibbo e a Giorgio Parisi, che ancora in questi giorni ha avuto importanti riconoscimenti internazionali. Mi aspettavo mail di sostegno dai laboratori, macché: insulti e catene di Sant'Antonio di riprovazione. I baroni non si toccano, le cattedre si proteggono tra loro, le clientele sono cospicue. Nessuna università italiana fa capolino nelle classifiche internazionali, eppure tra Napoli e Bologna vantiamo la prima pubblica e la prima privata e gli arabi sostengono di avere lanciato un loro ateneo già in Sicilia! Ci sarebbe da preoccuparsi, ma nessuno lo fa. Chi può va all'estero, e nelle università dove ho studiato e insegnato negli Usa, Columbia e Princeton, gli italiani sono eccellenti. Chi resta soffre. Niente soldi e i ricercatori languono. Niente collaborazioni con imprese e territorio, cruciali per start up. Gelmini, migliorabile certo, bloccata per spirito partigiano e revanche studentesca. Risultato? Avremo un paese con lauree di serie B dove quando si sentirà la parola "dottore" scapperà un sorriso.