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Questo articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2010 alle ore 09:32.
Fra le molte cose che abbiamo imparato da questa crisi c'è anche il fatto che governi e mercati finanziari fanno fatica a capirsi. Per i governi rimane oscuro il motivo per cui i mercati perdono fiducia nello stato delle finanze pubbliche tanto rapidamente e la recuperano con tanta lentezza, dopo un lungo periodo di consolidamento fiscale. I mercati, da parte loro, sono sconcertati dall'incapacità dei governi di prendere misure semplici e tempestive per risolvere i problemi.
Per affrontare i mali dei conti pubblici una delle misure propugnate da più parti per alcuni paesi sviluppati, soprattutto europei, consiste nell'inadempienza o nella ristrutturazione del debito pubblico. Non passa un giorno senza che arrivi una proposta di questo genere da rappresentanti del mercato, economisti e commentatori.
Una misura di questo tipo è vista come efficace in quanto, a detta di coloro che la suggeriscono, consente una riduzione rapida dell'onere debitorio, che diventa così più sostenibile. Inoltre, permette allo stato in questione di evitare il ricorso a una politica fiscale eccessivamente restrittiva, che rischierebbe di ostacolare ulteriormente la crescita e generare tensioni sociali. E infine non fa ricadere sui contribuenti il peso degli errori commessi dagli investitori, soprattutto esteri, troppo disponibili a dare credito al paese. Più in generale, l'inadempienza di uno stato sovrano consente ai mercati finanziari di funzionare meglio e scontare il premio di rischio in modo adeguato.
Alla luce di vantaggi così evidenti, sembra ragionevole chiedersi come mai gli stati che si trovano oggi in grave difficoltà, a partire da quelli europei, finora non abbiano voluto seguire questo consiglio. Perché governi eletti democraticamente sono così restii a non rimborsare il debito per seguire la strada intrapresa nell'ultimo decennio da paesi come Costa d'Avorio, Pakistan, Nigeria, Ucraina, Venezuela e Zimbabwe? Un'ipotesi è che le nostre democrazie non siano capaci di gestire le crisi sovrane come quella attualmente in corso. Un altro punto di vista suggerisce che le raccomandazioni degli economisti si basano, nel migliore dei casi, su modelli semplicistici che non contemplano la complessità della situazione reale e quindi portano a conclusioni errate. In altre parole, la cura potrebbe fare più danni della malattia.







