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Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2012 alle ore 07:57.
L'ultima modifica è del 23 febbraio 2012 alle ore 06:40.

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La cultura nel nostro Paese è un vero e proprio capitale diffuso, fatto di patrimonio artistico, paesaggio, tradizione, ma anche know how e innovazione. È una ricchezza che attraversa capillarmente la Penisola, che non si consuma ma si riproduce.

Oggi la sfida per valorizzare appieno questi asset sta nella capacità di creare reti e alleanze, di mettere in circolo e scambiare questo capitale creando interesse tra i diversi soggetti titolati ad intervenire nella gestione della cultura, sia nei rapporti tra pubblico e pubblico che in quelli tra pubblico e privato.

Laddove questo scambio ha funzionato, determinando un cambio di mentalità, l'Italia ha fatto grandi passi in avanti rispetto alla logica del tutto pubblico che ci aveva consegnato musei polverosi, vuoti, poco attraenti, incapaci di confrontarsi con il privato, auto-referenziali.
Non bisogna, tuttavia, appassionarsi ai modelli teorici, alle ricette astratte, ma valorizzare le esperienze concrete che rendono possibile un percorso di modernità, capaci di tradurre la straordinarietà del nostro patrimonio in diffusione delle conoscenze e reale ricchezza economica.
Oggi, più che mai, per far ripartire l'economia ed arginare paure e scetticismi, occorre investire in beni e servizi che abbiano un importante valore aggiunto, oltre che economico. È il caso del patrimonio culturale e artistico, il cui valore pubblico è sancito dalla Costituzione. E un Paese come l'Italia non può programmare il proprio futuro e non potrà presentarsi nel confronto internazionale senza un profondo rinnovamento delle politiche che siano fondate sul valore della propria vocazione artistica e culturale.

La cultura, infatti, sviluppa saperi e competenze, produce benessere e ricchezza economica, favorisce l'innovazione ed i processi di inclusione sociale. Educare al rispetto della tradizione e al gusto del bello, investire in servizi culturali e in centri di sapere, rende le nostre città più vivibili e le trasforma in poli d'attrazione di un turismo di qualità. I destinatari dell'intervento pubblico sono i cittadini ed i territori che possono, così, produrre ed esprimere vitalità.
Pertanto, lo Stato deve garantire un'offerta culturale di qualità per attivare un processo virtuoso in cui il bisogno di cultura non raggiunge mai il suo punto di saturazione, ma cresce in maniera più che proporzionale all'aumentare del consumo. Studi sui ritorni economici del settore hanno evidenziato che la spesa effettuata in cultura produce esternalità positive e genera flussi economici moltiplicati.

Investire in cultura significa affrontare le emergenze dell'attuale fase politico-sociale e proiettarsi verso il futuro. Occorre riconsegnare alla cultura nuova centralità nelle strategie per lo sviluppo del Paese. Al contrario, nelle ultime manovre del Governo, che si trova ad affrontare una situazione di gravità straordinaria e cerca di creare le premesse per un cambiamento della vita economica del Paese, non si evince un disegno complessivo che rilanci la cultura quale protagonista del progetto di crescita. Sarebbero necessari interventi che seguano alcune linee guida.
La prima, presupposto necessario, riguarda la certezza dei finanziamenti al settore per la programmazione e pianificazione delle attività. Altrettanto importante è un'azione di razionalizzazione e semplificazione burocratica per non soffocare le eccellenze. L'Italia è rinomata per le sue eccellenze in ambito culturale. L'azienda speciale Palaexpò, la Biennale di Venezia, La Triennale, il Piccolo teatro e la Scala di Milano, l'Auditorium Parco della Musica e il Maxxi di Roma sono alcune delle esperienze di gestioni efficienti.

Tali realtà rappresentano un'opportunità concreta per rimanere all'altezza degli standard internazionali dati gli effetti positivi che producono, quali i migliori livelli di efficienza e di efficacia, la creazione di indotto sul territorio e un'occupazione qualificata. È fondamentale salvaguardare l'autonomia di questi enti e delle aziende create in una logica di partenariato pubblico-privato.
Di fronte al crollo dell'intervento pubblico si evoca il contributo dei privati. È indispensabile, pertanto, passare da una logica di sponsorship ad una di partnership per condividere con il privato obiettivi e finalità sociali nel medio-lungo periodo. Sono necessarie regole certe, incentivi fiscali e pianificazione a lungo termine, per venire incontro alle esigenze del privato di intervenire nei consigli di amministrazione, di accedere al bilancio e di verificare la qualità dei progetti.

La cultura può dare un formidabile contributo alla ripresa. Investire in beni, servizi culturali e nella difesa del paesaggio significa, infatti, potenziare e ottimizzare un settore già esistente e vitale, attivando un processo virtuoso di produzione, benessere e ricchezza, oltre che di creazione di indotto economico sul territorio, occupazione, innovazione e inclusione sociale.

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