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Questo articolo è stato pubblicato il 08 novembre 2014 alle ore 11:29.
L'ultima modifica è del 08 novembre 2014 alle ore 16:58.

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Della rivoluzione francese Jacob Burckhardt disse: «Oggi sappiamo che quella tempesta che afferrò l'umanità dal 1789, è la stessa che sospinge anche noi». Che cosa è successo della rivoluzione del 1989, invece? Quale vento ci spinge e in quale direzione ha portato gli europei che oggi anziché abbattere muri sono tentati di ricostruirli?
È un'attraente scorciatoia concludere con Trotzky che ogni rivoluzione è destinata a essere tradita. Ma cosa esattamente è stato tradito?

Gli storici amano gli eventi i cui attori hanno un nome, come se tutto dovesse portare a erigere statue o ad abbattere monumenti. Ma i fenomeni del 1989 non erano di questa natura. Un giorno in una piazza di Praga affollata da 300mila persone qualcuno ebbe l'idea di estrarre dalla tasca il suo portachiavi, cominciò ad agitarlo sopra la testa e in pochi minuti 300mila portachiavi risuonavano come un'onda sonora prosaica ma inarrestabile. Ho avuto la fortuna di trovarmi tra le masse che affollavano la Nikolai Kirche a Lipsia, la Chiesa di Getsemani a Berlino e di accompagnare una moltitudine ebbra e incredula dall'Alexanderplatz fino alla Bornholmerstrasse la notte del 9 novembre di 25 anni fa e c'erano tra loro più riferimenti spirituali che leader politici. Al teatro Laterna Magika a Praga Vaclav Havel chiese di «smettere di vivere nella menzogna» e il pubblico rispose d'istinto «Vaclav al Castello». Un mese prima della caduta del Muro dalla Nikolai Kirche cominciò ad alzarsi il coro «Wir-sind-das-Volk» (noi siamo il popolo) mentre attorno alla Chiesa del pastore Christian Führer (un nome da personaggio teatrale) si erano raccolti 8mila tra poliziotti, militari e ufficiali della Stasi in attesa dell'ordine di reprimere la rivolta. Un ordine che non sarebbe mai arrivato, non per scelta - da Berlino non sapevano che cosa fare - ma perché ormai inutile: la speciale natura del 1989 fu la sua forza immateriale e irreprimibile, data dal carattere spontaneo, pacifico e in una parola «umano» del cambiamento a cui il potere non sapeva come rispondere. Il 9 novembre a Mosca il Politburo non discusse della situazione di Berlino, ma di una relazione di Nikolai Ryzhkov sull'Ucraina. Angela Merkel, dopo aver sentito la notizia per radio, decise invece di andare a farsi una sauna.

Chiedevo spesso a Bärbel Bohley, una delle più profonde ed emozionanti leader del dissenso berlinese perché non si fosse riusciti a tener vivo lo spirito della rivoluzione e la sua risposta fu «eravamo abituati a guardare fino al Muro e non oltre, non sapevamo, forse non volevamo, farlo». Il senso di umanità si perse già pochi anni dopo. Nel 1991 il riconoscimento unilaterale da parte tedesca della nazione Croata accelerò la guerra in Bosnia, fino al genocidio di Srebrenica nel luglio 1995. Quel giorno, gli occhi degli europei si chiusero, così come rimangono chiusi oggi per le stragi degli immigrati nel Mediterraneo. Bärbel lasciò Berlino per assistere i bambini orfani nell'ex Jugoslavia.

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