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Così Bertrand Blier prova a far ridere raccontando il cancro

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Questo articolo è stato pubblicato il 28 agosto 2010 alle ore 14:14.

Si può ridere di un cancro? A lungo, Bertrand Blier, classe 1939, uno dei registi simbolo del cinema d'autore francese, si è presentato dai produttori con la sua sceneggiatura, incassando ogni volta le solite risposte. Del tipo: «Mai letto un testo così bello. Ma, spiacenti, non si può fare». Sì, la storia di uno scrittore alcolizzato che riceve un giorno la visita di un bislacco e antipatico signore, vestito come un rappresentante. Che altri non è se non la personificazione di quel tumore, che si sta formando, a sua insaputa, nel suo cervello. No, spiacenti, non si puo' fare.

E, invece, alla fine, Blier ha vinto. Il suo film, «Le bruit des glaçons», è uscito nei giorni scorsi. Ed è già un grande successo di critica (Blier non c'era più abituato da tanto, tanto tempo) e, in questi pochi giorni di presenza nelle sale, pure di pubblico. Il titolo significa «Il rumore dei cubetti di ghiaccio». Che accompagna tutto il lungometraggio: quelli del secchiello dove Albert Dupontel, scrittore quarantenne che ha perso moglie (l'ha abbandonato), figlio (fuggito via con la madre) e ispirazione, tiene sempre a portata di mano una bottiglia di vino bianco. Vive ormai solo in una grande casa delle Cévennes, una sorta di Toscana, ma triste, solitaria e plumbea, nel sud della Francia. Un giorno al cancello suona uno strambo personaggio: «Sono il suo cancro», dice al citofono. Non lo abbandonerà più, mentre la storia si complica, perché anche la governante, l'unica rimasta fedele ad Albert (e di lui segretamente innamorata), si ammala e si ritrova a sua volta con una rompiscatole alle calcagna, pure lei il suo tumore. I dialoghi sono serrati (Blier, che è scrittore, oltre che cineasta, non lascia alcun spazio all'improvvisazione), con battute pungenti a ripetizione. Siamo in pieno nel registro dell'humor nero e dell'anticonformismo propri al regista fin dai tempi de «I santissimi», del 1974, con Gérard Depardieu e Patrick Dewaere. «Ma ho cercato di fare un film spontaneo e non aggressivo – ha sottolineato Blier all'uscita di «Le bruit des glaçons» -. L'umorismo nero c'è, ma senza provocazione». Come ha scritto il Nouvel Observateur, «i dialoghi (di quelli veri) sono interpretati da attori (di quelli veri). Avevamo dimenticato che potesse ancora succedere. Che si potesse trasformare la storia più lugubre che si possa immaginare in una commedia che ti lascia addosso una fiducia e una speranza quasi assurde».

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Tags Correlati: Albert Dupontel | Bertrand Blier | Christophe Leroux | Cinema | Francia | Gérard Depardieu | Jean Dujardin | Monica Bellucci | Patrick Dewaere |

 

Blier ha parlato di «dramédie» a proposito del film, fusione di «drame» et «comédie». «Quando ho cominciato a scrivere la storia – ha confidato il regista al Figaro -, pensavo a Gérard Depardieu. Ma, per una questione di tempi miei e suoi, lui non ha potuto interpretarlo. Ho avuto allora l'opportunità di scegliere un attore più giovane, rendendo cosi' la vicenda ancora più ingiusta e crudele». La parte è stata affidata a Jean Dujardin, famosissimo in Francia, ma soprattutto per i suoi ruoli in commedie «vere». «Dujardin – continua Blier – è un eroe. E' bello. Impressionante. Lo si puo' rovinare come si faceva con Delon o con Belmondo. E' stato per me un bellissimo incontro». Molto bravo anche Albert Dupontel nel ruolo del tumore. Blier, grazie all'accoppiata, ritorna in un certo senso ai fasti de «I santissimi», facendo dimenticare le delusioni dei film più recenti, come «Per sesso o per amore?», con Monica Bellucci, l'ultimo cronologicamente (2005). «Le bruit des glaçons» verrà presentato alle giornate degli autori (Venice days), nell'ambito della prossima Mostra di Venezia.

Sorprendente, infine, la Lega francese contro il cancro ha deciso di sostenere il film. Rappresenterà adddirittura uno spunto per i dibattiti nei suoi circoli locali. All'inizio, ovviamente, non è mancata una buona dose di diffidenza. «Prima di prendere una decisione, abbiamo chiesto a gruppi di malati di vedere il film in anteprima – sottolinea Christophe Leroux, della Ligue nationale contre le cancer -. Tutti hanno detto che rifletteva la loro esperienza vissuta. A un certo momento avevano sviluppato una sorta di relazione personale con il loro tumore, che poteva assumere nel proprio immaginario sembianze umane. E il rapporto con quest'estraneo oscillava fra rabbia, volontà di conciliazione, rassegnazione». Proprio come nel film.

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