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Questo articolo è stato pubblicato il 02 settembre 2010 alle ore 20:35.
Dopo una prima giornata molto forte con Aronofsky e Rodriguez, cinema opposti ma che hanno la stessa capacità di entusiasmare e dividere, probabilmente è utile gettare una prima occhiata sull'altro festival, quello che rischia di rimanere soffocato sotto il peso di un programma ipertrofico, soprattutto per una presenza eccessiva di film italiani. Orizzonti, alla Sala Darsena, ha esordito con Catherine Breillat e La belle endormie.
Lezioso e malizioso gioco sul tema della famosa fiaba di Perrault, qui l'indagine cinematografica è sul sonno della principessa maledetta da una strega e poi benedetta da un bacio, sui suoi sogni da bella addormentata, appunto. Dopo Barbablu, la Breillat recupera un altro racconto tragico - nonostante la diffusione edulcorata che se n'è fatta in seguito, soprattutto a causa della «vulgata» Disney - dell'autore francese. Alla provocazione erotica, qui appena accennata nell'antefatto delle tre fate, subentra un'altra caratteristica della regista transalpina, la trasgressione estetica e intellettuale. Che, come spesso le accade, diventa una sfida velleitaria con se stessa e soprattutto con il pubblico, inevitabilmente annoiato dai tortuosi percorsi onirici della protagonista e della cineasta.
Una falsa partenza per una sezione completamente rinnovata e che comunque promette molto bene, grazie alla rivoluzione con cui cerca di seguire (forse tentando di sovrastarle) le lezioni di sezioni di altri festival come Extra, a Roma, a cui Orizzonti somiglia moltissimo, o a quelle collaterali veneziane, Giornate degli Autori in particolare. E proprio in quest'ultima, ieri, molto applaudito è stato The Happy Poet, parabola minimalista e indipendente su quella che potremmo chiamare new (age) economy.
Paul Gordon, regista, produttore, protagonista, sceneggiatore, montatore e coautore delle musiche del film (insieme, tra gli altri, a uno dei comprimari, l'ottimo Jonny Mars), racconta la storia di un uomo che cerca un riscatto «sostenibile». Seguendo il sogno americano che a tutti dà un'opportunità di successo, decide di affittare un carretto per vendere panini. Non i classici hot dog a stelle e strisce, ma cibo biologico. La cronaca di un insuccesso annunciato che diventa la rincorsa di un vecchio ragazzo anaffettivo che scopre in sé la forza di agire e reagire, di andare contro il sistema con una rivoluzione silenziosa e sostenibile, appunto. Con quella faccia un po' così, Gordon, volutamente inespressivo, una sfinge tenera e un po' inquietante, riesce a forzare il suo destino, a trovare dentro di sé la grinta per cambiare la sua vita, nonostante tutto e tutti, a chiamare fortuna e persino felicità, come testimonia il suo impercettibile sorriso finale.







