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La Venere nera dai genitali enormi di Kechiche. Il razzismo passa attraverso il corpo della donna

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Questo articolo è stato pubblicato il 09 settembre 2010 alle ore 19:22.

Lo hanno fatto tutti, superando ogni barriera di pudore, buon gusto e senso del politically correct. Tutti coloro che sono passati vicino a Yahima Torrès, l'intensa Venere nera di Abdellatif Kechiche, proiettato ieri in concorso alla 67esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, hanno fatto scivolare un'occhiata sul suo didietro. Enorme appariva sullo schermo, emblema ingrossato dello steatopigismo, non così eccessivo appare dal vivo, ma chi ha curato il film assicura che sullo schermo niente è stato artefatto.

Questa mattina è passato in competizione l'indeciso e poco credibile «La solitudine dei numeri primi» di Saverio Costanzo, tratto dal libro di Paolo Giordano e l'imprevedibile Monte Helmann con l'interessante «Road to nowhere»; ma la testa è ancora con la giovane e pingue donna sudafricana, raccontata da Kechiche, che nel 1800 veniva esibita come una fiera nei teatrini, prima di Londra e poi in Francia, arrivando nelle corti nobiliari tanto lascive, quanto inumane. Inumani certo erano anche gli inglesi, che urlavano e toccavano il corpo della donna-animale, ma che ebbero la forza di intentare un processo contro il compagno di spettacolo e domatore Caesar (Andre Jacobs), con l'accusa di riduzione in schiavitù.

Certo era un processo sulla formalità del diritto che nulla aveva a che fare con la compassione per quella povera ragazza, poco più che ventenne, costretta a ruggire in gabbia e spaventare gli astanti, che si annegava nell'alcool per dimenticare la vergogna di quelle manate curiose sul suo sedere. Avrebbe dovuto ballare e cantare Saartjie Baartman, così le aveva promesso Caesar, visto che lo sapeva fare molto bene. Ma a pagare, ne sappiamo qualcosa oggi, è molto più il trash, perché come diceva Jeff Koons, il kitch è brutto ma felice, almeno dalla parte dello spettatore.

Assolta in Inghilterra, in Francia non ha sorte migliore. Messasi nelle mani del domatore di orsi Réaux (Olivier Gourmet), passerà dai teatri dei bassi fondi alle ricche corti parigine, in un esclation di volgarità delle performance e di ferite del pudore che faranno completamente passare il segno dell'amor proprio, facendola abbandonare a una vita di umiliazioni.

Saartje, che per amore dell'ipocrisia francese

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verrà battezzata da un prete cattolico con il nome di Sarah, nasconde nel corpo qualche cosa di eccentrico per i voyeristi europei. La sua vagina è ingrossata e le labbra pendono, formando quello che verrà chiamato dallo scienziato George Cuvier, il grembiule ottentotto. Richiamato dal nome dello spettacolo, La venere ottentotta, Cuvier, in cambio di una cospicua somma di denaro, attira Sarah nel museo di storia naturale di Parigi.

Assieme ai suoi collaboratori la scruta, la misura, la ritrae, ma non riesce a farsi mostrare il pube. «Articolo» che otterrà in seguito, quando dopo la sua morte all'età di 25 anni forse per sifilide, forse per tisi, il cadavere gli viene recapitato dal domatore di orsi in cambio, ovviamente, di denaro. Cuvier fa un calco del corpo di Sarah, la seziona e pone le grandi labbra sotto formalina, risparmiandole il cervello, che viene però estratto e pesato: un chilo e duecento grammi. I rilievi gli faranno concludere che gli ottentotti sono la razza più vicina alla scimmia e inferiore.

Razzismo, sessissimo, mercificazione del corpo. Tutti temi che lasciano lo spettatore in un'ombra cupa, che rimesta la sua coscienza non sul passato, ma sull'attualità scottante di quel viso di donna che denuncia con una sola occhiata. «I temi del film, razzismo e sessismo - denuncia Kechiche, pur mantenendo il suo abituale contegno ieratico - hanno una valenza politica contemporanea. Le teorie di Cuvier sono state elaborate in tempi recenti, diventando supporto del fascismo. È quello che accade oggi,quando al nostro sguardo l'altro appare diverso. Io sono molto preoccupato per la Francia, in cui Sarkozy espelle i Rom».

Sprofondato nel divano di un hotel del Lido, è più in carne rispetto a due anni fa, quando nervosamente aveva ricevuto, sdegnato, il premio speciale della giuria e della critica internazionale conquistato con «Cous cous», ritenendo che avrebbe dovuto ricevere il Leone d'oro, andato invece ad Ang Lee. Accusatorio nei confornti della Francia lo era stato anche allora, con la storia di una comunità di magrebini che non se la passavano affatto bene. Kechiche, regista cinquantenne tunisino, ma francese di adozione, quintessenza dell'autorialismo, si sofferma molto sul processo inglese a favore di Saartje, denunciando di fatto una sorta di acrimonia verso il razzismo della propria patria di adozione.

Eppure quando gli si chiede conto del passato coloniale dell'Inghilterra fa spallucce. «Non volevo fare un parallelo tra Inghilterra e Francia. Ho semplicemente voluto riportare fedelmente la biografia della venere e l'ho fatto attraverso gli atti del processo e gli articoli di giornale dell'epoca», taglia corto il regista. Ma non riesce a non aggiungere: «In Inghilterra la schiavitù è stata abolita nel 1807, in Francia ripristinata nel 1802». E infatti la corte non si stupisce affatto quando il domatore di orsi, apre a forza le gambe di Sarah e mostra quel frutto rigonfio che in alcuni suscita orrore, in altri confusione, in altri compassione e tenerezza. Ma ha visto bene il domatore di orsi, ci sono molti che hanno intenzione di assaggiarlo quel frutto e lui non esita a offrirlo, collocando Sarah in un bordello. «È' l'unico momento in cui la venere si sente capita e compatita. L'unica che soffre con lei per la a condizione è la prostituta, un tempo amante del domatore di Leoni».

Colpisce allo stomaco con durezza la storia del trofeo ottentotto, anche per quell'esposizione continua del corpo, che in qualche spettatrice donna ha fatto venire il sospetto di un certo sadismo, da parte del regista, nell'esibire Yahima Torrès appena velata da una maglina, che nessun dubbio può fare venire sulle sue forme. Oppure nella nudità completa. «In quest'epoca il razzismo passa attraverso il corpo femminile - ammette il regista - ma io ho solo portato la telecamera a raccontare ciò che ho letto nei libri e i reportage dei giornali sui suoi spettacoli».

E infatti il film ha un piglio quasi documentaristico, nonostante la meravigliosa fotografia. La durata di tre ore denuncia una certa presunzione - certo ne ha ben donde, visto la sua celebrata autorialità - che del genio non si può tagliare nulla. Conscio del proprio valore, non si scompone nemmeno alla prima domanda della conferenza stampa che ricorda un sedicente detto di Hitchock, secondo cui un film non dovrebbe durarare oltre alla capacità di contimento di una vescica. «Mi disinteresso della vostra vescica» - ha risposto laconico, senza scomporsi.

Si soffre tanto per la vicenda della povera Saartjie e l'attrice la rende così bene che effettivamente un po' di sofferenza, sicuramente molto ben documentata, si potrebbe risparmiare allo spettatore, che non si aspetta per nulla di ricevere l'ultimo pugno allo stomaco nei titoli di coda: Saartije Baartman è realmente esistita, i suoi genitali sono stati esposti al museo di Storia naturale fino al 2002, quando una legge, che prendeva in considerazione una richiesta del 1996 di Nelson Mandela, non fece rimpatriare i suoi resti in Sudafrica per essere inumati.

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