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Hollywood, 100 anni e non sentirli

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Questo articolo è stato pubblicato il 27 settembre 2010 alle ore 13:41.

Nove lettere su una collina, un simbolo. Ecco cos'è Hollywood per molti di noi, mai entrati nella Mecca del cinema. Un luogo mitico- e a dir la verità in assenza di scenografie particolari, quegli enormi studios non sono poi così affascinanti- che ha influenzato il mondo a forza di immagini in movimento. Mute e in bianco e nero, a colori e invase da parole, in tre dimensioni. Nessun luogo ha saputo guardare al futuro tecnologico e alla costruzione dell'immaginario come questo quartiere di Los Angeles, nessun posto ha saputo tessere propaganda e ribellione nella propria storia, nel "bosco di agrifogli" (questa la traduzione letteraria del nome, forse frutto di un capriccio femminile, forse della pragmatica definizione di uno dei suoi fondatori, H.J.Whitley) si annidano le contraddizioni più affascinanti dell'impero americano, della cultura occidentale moderna, della Settima Arte.

Compie 100 anni Hollywood - che come certificano documenti e fotografie un tempo era Hollywoodland (noi lo abbiamo scoperto con la pellicola che valse a Ben Affleck la Coppa Volpi- ndr)- e pochi sanno che nacque da registi ribelli. Già, proprio la sede delle major combattuta e invasa dalla mitica generazione ribelle degli anni '70 e che molti indipendenti tuttora demonizzano, fu la culla del cinema indipendente americano, il luogo in cui i cineasti che combattevano "la guerra dei brevetti" tirarono su il loro quartier generale, per combattere lo strapotere delle sette grandi case cinematografiche che già allora costituivano le fondamenta dell'industria cinematografica.

E come tutte le grandi imprese, nasce da una casualità: una troupe trovò nella periferia di Los Angeles un set naturale perfetto, e poche centinaia di metri quadrati diventarono la location ideale, per condizioni climatiche ed economiche. E da lì la città degli angeli rubò alla Grande Mela la supremazia sul grande schermo, visto che New York, fino al 1909 fu il centro di quella giovane arte. E il conteggio che ora ci porta a tre cifre parte da uno dei più grandi registi mai esistiti, quel D.W. Griffith che qui fece Old California. Da qui poi nacquero altre major, grazie al genio produttivo di Zukor (Paramount), Fox e Goldwin (20th Century Fox e MGM). Di qui partì un'escalation, un sistema produttivo e creativo che vedrà varie rivoluzioni: quella chapliniana che costruisce i primi divi e la United Artists, quella politica che a cavallo tra gli anni '20 e '30 permette a molti grandi registi una critica storica (soprattutto sulla strage degli indiani) che verrà repressa e depressa (per tornare nei mitici Seventies) dalla propaganda prebellica.

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Tags Correlati: 20th Century Fox | Ben Affleck | Bobby Kennedy | Cinema | Dennis Hopper | Disney-Pixar Films | Fazi Editore | Hugh Hefner | Metro Goldwin Mayer | Miramax | Nba | Peter Fonda | Roger Corman | Sessanta | Stati Uniti d'America | Valentin J.M.

 

Hollywood, infatti, già in quei primi anni divenne non solo luogo fisico, ma entità politica ed economica, strumento di propaganda e costruttrice di stereotipi. Lo racconta benissimo il grande saggista J.M. Valentin in Hollywood, il Pentagono e Washington (ed. Fazi), anche se circoscritti al dopoguerra, incentrandosi su Guerra Fredda, terrorismo e capitalismo rampante (l'ultimo Michel Moore, in Capitalism: a love story, lo racconta molto bene). E di fatto, è una lente d'ingrandimento utile, questo metodo, anche per quei dieci anni che col cinema affrontarono il New Deal e l'entrata in guerra, la resurrezione economica e l'intervento nel conflitto mondiale. Cow boy e simili servivano a dare, infatti, la sensazione di un'America interventista, così come l'ottimismo di altre pellicole dovevano far dimenticare venerdì neri a classi sociali che in Roosvelt non trovarono il Messia. Anzi.

Tutto questo diventa quasi sfacciato nel dopoguerra, appunto, in cui extraterrestri e indiani selvaggi sono la personificazione del pericolo rosso e russo e in cui l'influenza del cinema nella società (e viceversa) vive il suo apice nel corto circuito del maccartismo in cui un'intera generazione di autori (guardatevi Il prestanome, con un Woody Allen attore eterodiretto più unico che raro) viene falciata da un senatore fanatico e dall'ossessione della contaminazione sovietica che toccò persino Bobby Kennedy. Ma non fu l'unico: tutti sanno che nelle pieghe del Piano Marshall c'era la quota Hollywood, una sorta di clausola capestro non scritta per cui la produzione cinematografica americana doveva essere salvaguardata e incoraggiata nei singoli mercati nazionali (e si parla persino di uomini nelle ambasciate a controllare!), per un'egemonia culturale sull'immaginario che di fatto ha rappresentato una colonizzazione non violenta degli altri continenti, Europa in testa.

Ma, al di là delle considerazioni extracinematografiche, Hollywood è il centro della creatività cinematografica mondiale- o meglio lo era, ora da Bollywood a Nollywood, dall'India alla Nigeria, i vari continenti cominciano a vantare realtà enormi, la prima, o emergenti, la seconda-, rimane il punto di riferimento che con una sorta di forza centripeta irresistibile ha sempre attratto anche chi la fuggiva. Nel boom del Cinquanta e Sessanta, almeno tre generazioni di registi e una quantità incredibile d'attori hanno fatto la storia del cinema.

Almeno fino ai già citati anni '70. Lì successe qualcosa, un improvviso e clamoroso declino falciò molte produzioni, le major si trovarono in ginocchio. Proprio negli anni della ribellione, attorno al '68, saltarono i punti di riferimento, Hollywood divenne quasi una città fantasma, grandi produzioni fecero flop, il gigantismo cinematografico USA non aveva più un pubblico. E arrivarono i capelloni a salvarla. Lo racconta quella geniale e simpatica carogna di Peter Biskind (non tradotto in Italia, ma i suoi libri sono una guida in quello che nessuno vuole dirvi sul cinema americano, aneddoti incredibili compresi) in Easy Riders e Raging Bulls: How the Sex-Drugs-and-Rock'n'Roll Generation Saved Hollywood. Era la New Hollywood, dieci anni che partono dal capolavoro di Dennis Hopper (e Peter Fonda) citato nel titolo- ma sarebbe più giusto individuare l'inizio con Bonnie and Clyde di Arthur Penn con Beatty e Dunaway- e finiscono con l'avvento di Lucas e Spielberg, ultimi alfieri di quella generazione di fenomeni che misero a ferro e fuoco il cinema (parliamo di Coppola, ma anche di Demme, Scorsese, Bogdanovich e tutti gli altri ragazzi del grande Roger Corman) e primi "traditori" di quello tsunami ribelle.

Il resto è storia recente, Hollywood salvata dai barbari ricominciò a comandare, visse anni di boom economico (gli '80 soprattutto) e riprese a condizionare l'immaginario a tutti i livelli, soprattutto con film d'azione sfacciati nel loro sciovinismo. Continuò ad accettare risorse esterne, ma pur sempre come la NBA accetta gli stranieri: con superiorità e paternalismo. E regole diverse. E con il nuovo millennio è arrivato un doppio terremoto: quello dell'11 settembre, che ha reclamato il cinema "embedded" (tanti film furono sospesi, rimandati, bloccati perchè di presunti concetti antiamericani: persino Spiderman dovette rinunciare alle sue scene sulle Torri) e quello di una crisi economica clamorosa, per l'avvento della concorrenza di cui sopra, non più solo folkloristica, di una tv più potente, di una pirateria aggressiva e della fine dei grandi produttori a favore dei burocrati delle multinazionali, ossessionati dal marketing e dai risultati economici e senza più l'intuito un po' animalesco dei grandi, cinici, conoscitori di cinema del passato. Si pensi alla Miramax venduta dai fratelli Weinstein (ultimo esempio di produttori vecchio stampo) all'ormai multinazionale Disney, che di Walt ormai ha ben poco. Tanto che Topolino e soci hanno dovuto annettere il "loro" erede, Lasseter e la sua Pixar, per manifesta inferiorità. Hollywood, da tutto questo, non s'è mai davvero ripresa e l'onta degli scioperi, quello degli sceneggiatori in testa, ha rappresentato un segnale chiaro del declino attuale, così come di un riequilibrio economico e creativo diverso rispetto al passato. Non ha più il monopolio dell'immaginario, la sua mitica scritta è stata salvata da una colletta di Hugh Hefner (chi raccoglieva gli oboli, le conigliette?), persino le mitiche ville dei divi sono meno opulente e ambite. E la sua capacità di propaganda, ora, vede molti dissidenti e di sicuro ha meno efficacia. Ma rimane una vecchia leonessa pronta a ruggire, nel bene e nel male: di lei non si può fare a meno.

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