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Questo articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2011 alle ore 08:22.
Cominciarono appena laureati, a vent'anni o poco più, senza esperienza editoriale alle spalle, forti soprattutto del l'idea che nel dopoguerra era il momento per un verso di «defascistizzare la cultura» e per l'altro di dare risposte a quel dirompente bisogno di sapere che emergeva finalmente libero nella nuova Italia democratica e repubblicana. Fu così che con la sigla Esi (Edizioni Stampe Internazionali) già negli ultimi mesi del 1945 e durante il 1946 pubblicarono i primi otto libri destinati agli studenti e, primo bestseller, un breve corso per imparare in fretta l'inglese di Mario Hazon diffuso in edicola a dispense, che subito ristamparono più volte.
Resi più sicuri da questi primi facili successi Giovanni e Dino Fabbri avviarono nel 1947 l'impresa che porta il loro nome – la Fratelli Fabbri Editori – e che si impose rapidamente come una delle iniziative editoriali più straordinariamente innovative degli anni Cinquanta e Sessanta, la storia della quale, che il bellissimo catalogo storico dedicatole – ben 2.703 schede bibliografiche – aiuta finalmente a immaginareericostruire, ma meriterebbe un veroeproprioracconto compiutamente disteso.
I fratelli, cui qualche anno dopo si unirà anche Rino, concentraronoiloro sforzinell'editoria scolastica,prediligendo quella primaria – elementare –, innovandone radicalmente l'impostazione facendo ricorso a un ricco e funzionale materiale illustrativo ben presto, grazie alla stampa offset, realizzato integralmente a colori; passando subito dopo ai libri per bambini e ragazzi e alle opere di divulgazione con semplici ma esaurienti compilazioni enciclopediche, a loro volta generosamente illustrate a colori per facilitarne la consultazione e la lettura. Spregiudicatamente inventivi, anziché concentrarsi sui temi ideologici, allora apparentemente centrali nella società, e che si trasformarono ben presto in altrettanti vincoli per tanti altri editori, i Fabbri, con laboriosa pazienza artigianale, misero insieme i fondamenti di una solida cultura di base più facilmente accessibile grazie alle immagini, e per farlo, piuttosto che a singoli autori, si affidarono a numerose redazioni di giovani addestrati allo scopo, a straordinari archivi iconografici e fotografici realizzati con sistematiche campagne – arrivarono ad avere 400.000 fotocolor – e, man mano che si rendevano disponibili, a tutte le nuove tecnologie multimediali – dischi, nastri eccetera.







