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Quando Matisse corteggiava Michelangelo

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Questo articolo è stato pubblicato il 06 febbraio 2011 alle ore 16:33.

Guardare Matisse con occhi nuovi, scoprire nella sua arte un versante insospettato che, una volta rivelato, sappia suggerire emozioni inattese: si può ancora fare, dopo decine e decine di mostre, centinaia di studi, migliaia di commenti? È questa la sfida lanciata dalla mostra curata da Claudia Beltramo Ceppi, in cui l'opera del francese è messa a confronto con quella, in apparenza inconciliabile, di Michelangelo. Che cosa possono infatti avere in comune il tormentato, titanico maestro del Rinascimento e il pittore novecentesco della Joie de vivre, l'artista che, in tempi in cui l'engagement era quasi un obbligo, opponeva provocatoriamente alla passione militante di Picasso – l'antagonista di una vita – un'arte che null'altro voleva essere se non una "comoda poltrona"?

A dispetto della dichiarata avversione di Matisse per il Rinascimento, la mostra prova che in comune, quei due grandi solitari, ebbero molto più di quanto si possa a prima vista sospettare. A unirli, spiega Claudio Strinati in catalogo, è il costante inseguimento, da parte di entrambi, di una «forma depurata da ogni accidente»; la ricerca della «profondità dell'essenziale», assillo tanto più bruciante in Matisse, sempre in bilico tra la «tentazione del decorativo» e la volontà di trovare la verità ultima della forma. Ma non c'è solo questo: è Matisse stesso, infatti, a costellare i suoi scritti di indizi: «Si potrebbe far rotolare una statua di Michelangelo dall'alto di una collina fino a far scomparire la maggior parte degli elementi di superficie – scriveva – e la forma rimarrebbe comunque intatta. Non altrettanto si potrebbe dire di Donatello». E ancora (nel 1918, a 49 anni, quando è ormai un maestro riconosciuto): «Sono ritornato studente: disegno la Notte e la modello; cerco di impadronirmi della concezione chiara e complessa che è alla base della costruzione di Michelangelo». E all'amico Marquet, che lo invita a raggiungerlo: «Scusami, non posso, sono trattenuto qui da una donna; passo con lei tutto il mio tempo e non credo che mi muoverò per tutto l'inverno. Fortunatamente questa donna è un calco di Michelangelo e si chiama la Notte. L'Ecole des Arts Décoratifs ne possiede una copia a grandezza originale: oggi dalle otto a mezzogiorno ho modellato dal vivo; dalle quattro alle sei ho disegnato la Notte e domani ricomincerò, e così per tutta la settimana».

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Tags Correlati: Albert C. Barnes | Arte | Baltimora | Claudia Beltramo Ceppi | Claudio Strinati | Ecole des Arts Décoratifs | Firenze | Fondazione Barnes | Fondazione Pierre | Francia | Tana Matisse

 

Quando si stabilisce a Nizza, Matisse prende a frequentare assiduamente la gipsoteca della locale scuola d'arte e a riflettere sulla scultura di Michelangelo. Riemerge allora la passione contratta nel suo viaggio italiano del 1907, quando a Firenze aveva visitato la Galleria dell'Accademia, da cui sin dal 1875, nelle celebrazioni per i 400 anni della nascita di Michelangelo, si era irradiato quel "michelangiolismo" che aveva segnato molti artisti del tempo, primo fra tutti Rodin, che tanto avrebbe contato per Matisse. E lui, Matisse, una volta tornato in Francia, avrebbe modellato il Nudo sdraiato (Aurora), poi raffigurato in tanti suoi dipinti: un omaggio dichiarato a Michelangelo. «Tuttavia – spiega la curatrice – già prima del viaggio in Italia Matisse aveva guardato a Michelangelo: c'è in mostra il grande Nudo blu (Ricordo di Biskra), dal museo di Baltimora, che fu dipinto proprio nel 1907 ma prima della visita a Firenze e che è già costruito con la torsione delle figure delle Tombe medicee». Del resto già entro il 1903, sotto l'influsso di Rodin, aveva modellato Lo schiavo, altro debito – anche nel titolo – contratto con il fiorentino.

Di qui in poi la mostra si muove sulle tracce di questa fascinazione, esponendo numerosi dipinti, molti dei quali visti raramente, moltissimi disegni e ben 17 sculture; perché se Matisse fu, come è noto, un disegnatore prodigioso fu anche (e questo è meno risaputo) uno scultore appassionato: «Mi piace modellare tanto quanto dipingere – dichiarava nel 1913 –, non ho preferenze. Se la ricerca è la stessa, quando mi stanco di un mezzo, allora mi rivolgo all'altro». E poi, alludendo al potere per lui "chiarificatore" della scultura: «Ho fatto della scultura perché in pittura mi interessava mettere ordine nel mio cervello. Cambiavo mezzo, prendevo la creta per riposarmi della pittura, in cui avevo fatto assolutamente tutto ciò che potevo in quel momento».
Il percorso procede così, per illuminazioni, per accensioni di senso, intrecciando pittura, scultura e disegno per evidenziare il rapporto continuo fra i tre linguaggi: il Grande nudo seduto su fondo rosa della Fondazione Pierre and Tana Matisse di New York (uno dei prestatori più generosi) è accostato a sue litografie e studi raffiguranti il Giorno, la Notte e l'Aurora, che ne suggeriscono una chiave di lettura nuova, non meno della colossale presenza di un calco ottocentesco della Notte, al quale si affianca la proiezione del celeberrimo Nudo rosa di Baltimora (l'originale non esce quasi mai da quel museo), la cui fedeltà compositiva a quella scultura è stata messa da tempo in evidenza.

Non meno stimolante è la sezione dedicata al tema prediletto della danza, da lui sviluppato sin dal tempo della grande commissione del collezionista russo Sergej Šuckin, nel 1911, e poi ripreso in forme nuove nei primi Anni 30 per l'americano Albert C. Barnes: anche qui il percorso accosta dipinti (tra i quali il bozzetto della Danse della Fondazione Barnes di Merion, Pennsylvania), sculture e molti disegni, «perché è proprio attraverso il disegno – insiste la curatrice – che le fonti si rivelano con maggiore chiarezza».
Michelangelo torna ancora nei nudi pensati per illustrare Mallarmé, tratti fedelmente dalla Battaglia dei centauri di Casa Buonarroti, non meno che nel famoso dipinto Pianista e giocatori di dama della National Gallery di Washington, in mostra, in cui figura il gesso dello Schiavo morente che Matisse aveva in casa a Nizza (un gesso, identico anche per dimensioni, è esposto qui): lo stesso che ricompare in un raro dipinto quasi monocromo – un'opera singolare in un colorista come lui – in cui raffigura il suo atelier. Ma l'amore per Michelangelo torna anche nelle celebri Odalische, spesso giocate su una torsione delle membra che tanto gli deve. E torna, più che mai, nel Grande nudo seduto, l'ambiziosa scultura (in mostra) a cui Matisse lavorò per anni, qui posta a dialogare con due grandi dipinti. La sua seduzione non verrà meno neanche nell'ultima stagione, quando Matisse prenderà a creare i celebri papier découpé con sottili carte dipinte a guazzo, poi ritagliate e montate in luminose composizioni. Con questa tecnica inedita, che gli permise di continuare a lavorare anche quando era ormai gravemente ammalato, compose per l'editore Tériade le tavole originali di uno dei libri d'artista più famosi del XX secolo, Jazz, ma compose anche, con l'aiuto degli assistenti, opere grandiose come i due grandi pannelli del l'Oceania, il Mare e il Cielo, in mostra. E in quei lavori, folgoranti per sintesi ed essenzialità, non solo Matisse sentirà di aver fuso pittura e scultura («Ritagliare nel vivo del colore – ripeteva – mi ricorda lo sbozzare degli scultori») ma, ormai vecchissimo, renderà ancora una volta omaggio a Michelangelo: come prova il confronto, con cui la mostra si chiude, tra la grande gouache découpée Venus del 1952 (una delle sue più astratte) e il disegno di Michelangelo delle Due Veneri, giunto qui da Casa Buonarroti.

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