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Questo articolo è stato pubblicato il 27 febbraio 2011 alle ore 08:21.
Intorno al 1990 proposi alla «New York Review of Books» un articolo in cui sostenevo che la narrativa popolare sarebbe somigliata sempre di più a una letteratura per bambini. Senza una metafisica condivisa che possa consolarci per la tristezza e il tremendo vuoto della vita, il narratore che volesse vendere qualche copia sarebbe costretto a immaginare un mondo ben diverso da quello che conosciamo. Al tempo non c'era Harry Potter a dare man forte alla mia tesi che gli adulti bramano di leggere roba per ragazzi, ma insieme a Il signore degli anelli identificavo nell'imperversare di gialli e romanzi fantasy un forte elemento infantile; anche il giallo più dark è in qualche modo rassicurante. Quelli della «New York Review» non erano convinti e non hanno pubblicato il pezzo. Vent'anni dopo sono i frammenti e gli aforismi di Mario Andrea Rigoni nel suo nuovo libro Vanità a farmelo tornare in mente, appunto perché in queste pagine si capisce quale sforzo e quanto mestiere ci vogliano per scrivere un'opera davvero per adulti.
Più di qualunque altra forma letteraria, l'aforisma, come viene praticato da Qoèlet, Leopardi o Cioran, è legato all'espressione di un unico contenuto: quella verità che, per vivere bene, si fa di tutto per dimenticare, cioè che la vita è, come disse Leopardi, «un solido nulla». La sfida per lo scrittore di aforismi è di trovare mille modi per ribadire questo concetto, ma senza mai destare sconforto, anzi provocando un piacere, addirittura un'ebrezza talmente intensi che, anche se solo per un istante, si è quasi contenti che le cose stiano così.
Come? Il modo più classico è costruendo frasi di fulminea bellezza formale, possibilmente simmetriche e paradossali, che solo in chiusura fanno emergere, con la forza della battuta geniale, una realtà assolutamente desolante. Di questi virtuosismi Rigoni ci ha già offerto esempi notevoli in Variazioni sull'impossibile (2006), ma non è questo il tono di Vanità. Qui l'artificio si fa meno teso e corruscante; si tende piuttosto ad alternare generali osservazioni di grande perspicacia con aneddoti personali, anche dolorosi, che mettono in gioco l'autore stesso, dando all'opera uno sfuggente scheletro di narrativa autobiografica. Presi uno per uno, i brevi passi (raramente più lunghi di una mezza pagina) sembreranno anche rilassati e divertenti. Letti insieme sono devastanti. Che la vanità sia il tema ultimo e inevitabile dell'aforisma viene dichiarato con tranquilla spavalderia nella prima frase: «La storia della vanità è la storia del mondo».







