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Questo articolo è stato pubblicato il 09 marzo 2011 alle ore 06:40.

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I libri migliori fanno venir voglia di scrivere nuovi libri migliori, e le mostre significative ti fanno venire in mente nuove mostre ancor più significative, forse perché stordiscono: credi di aver contemplato oggetti e idee che in verità non c'erano, ma non importa, perché ciò che conta è spostarsi sempre in avanti. Così non sembra del tutto casuale leggere in un'intervista relativa a una mostra appena visitata proprio queste parole: «Che cosa sono le immagini? Impressioni neurali della mente. Quindi le immagini che mettiamo insieme nella mente quando sogniamo qualcuno che parla sono immagini reali come quelle che vediamo». A pronunciarle è Shumon Basar, curatore insieme a Charles Arsene-Henry di Translated by, un'intensa esperienza espositiva tra le mura della Architectural Association di Bedford Square, a Londra, scuola d'eccellenza, culla di grandi nomi come Rem Koolhaas e Zaha Hadid.
Cosa succede in Translated by? E cosa fa venire in mente? Per raccontarlo bisogna aderire alla più schietta cronaca. L'addetto attende seduto a un tavolo, colmo di cuffie auricolari professionali collegate a una radio, e spiega con gentilezza che bisogna seguire un percorso e che senza le ingombranti protesi si perderebbe radicalmente il senso dell'operazione. Così ci si avvicina alle undici postazioni spaziali, microprogetti di allestimento e arredamento composti da una sedia, un piccolo trusseau, oppure un tappetino da preghiera, o una poltrona da lounge aeroportuale invitano lo spettatore ad adagiarsi, a sintonizzare l'apparecchio sulla frequenza corrispondente, a schiacciare il tasto play e ascoltare, fissando una minuscola immagine incastonata sul muro. Le parole sono quelle di undici diversi autori letterari che leggono brevi frammenti di un loro testo che descrive un certo luogo, mentre la cartolina impressa è stata inviata dagli stessi scrittori in qualità di talismano visivo di quel certo luogo. I narratori scelti da Basar e Arsene-Henry sono Douglas Coupland, Rana Dasgupta, Hu Fang, Julien Gracq, Tom McCarthy, Guy Mannes Abbott, Sophia Al Maria, Hisham Matar e Neal Stephenson. Per i luoghi, si va da Doha al quartiere di Brixton, da Vancouver alla riviera francese. Al termine del percorso finisco per chiudere gli occhi diverse volte, per quella noia mista a sublime che si prova talvolta nella contemplazione dei paesaggi, del mondo fisico, lungo i piccoli archi di tempo vuoto che costituiscono la trama essenziale delle nostre vite. Nessuno dei testi è stato commissionato apposta, e l'intera sequenza suona davvero come un'antologia camminabile di descrizioni e immaginazioni. Ecco perché nel percorso si sente la mancanza del tedesco W.G. Sebald, e forse nella tracklist avrebbero dovuto inserire un passaggio da Gli anelli di Saturno, appena ripubblicato da Adelphi, che è tutto divagazioni della mente e divagazioni nello spazio della campagna inglese. Poi inizio a vedere ciò che nella mostra non c'è, stimolato dalla concretezza di una scelta dall'apparenza dimessa e discreta ma in realtà piena di aperture propulsive e potenziali. Inizio a ricordare ciò che non è mai avvenuto, uscendo all'aria aperta, in quell'interstizio sempre magnifico che separa dall'opera appena consumata. Nel riassaporarla, aggiungo alla mostra un elemento che non c'era: in ognuna delle undici stazioni letterarie mi pare di aver visto una costruzione architettonica, un piccolo ritaglio di progettazione, capace anch'esso di dialogare con il tessuto delle parole che ascoltavo, aprendo e chiudendo lo sguardo sul punto focale della cartolina. Come se a ogni racconto fosse stato abbinato un piccolo frammento tradotto apposta nella lingua degli oggetti, e delle cose, e delle case, e delle città. Come se questa mostra fosse stata un passo ulteriormente avanzato nella tensione verso un codice di comprensione reciproca delle discipline, dalla letteratura all'architettura, dall'arte della finzione all'arte della curatela. È solo una suggestione. L'ottima prova di Translated by ci suggerisce, e quasi ci impone, di immaginare una nuova micro-biennale di letteratura e spazio fisico, in cui i romanzi diventino luoghi e i luoghi seguano l'andamento di romanzi. Perché siamo creature che a differenza di tutte le altre sono definite dal l'uso del linguaggio: e che, come tutte le altre, non possono prescindere dallo spazio.
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