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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2011 alle ore 09:02.

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Un avvocato veneto alle dipendenze di una compagnia cinese.Carlo Geremia, arrivato per un periodo di studio, si è ormai perfettamente integrato. Parla la lingua, padroneggia i complessi principi contabili e normativi del paese e sa destreggiarsi nelle regole non scritte che governano le relazioni di lavoroUn avvocato veneto alle dipendenze di una compagnia cinese.Carlo Geremia, arrivato per un periodo di studio, si è ormai perfettamente integrato. Parla la lingua, padroneggia i complessi principi contabili e normativi del paese e sa destreggiarsi nelle regole non scritte che governano le relazioni di lavoro

Arriva da Portogruaro, 25mila abitanti a metà strada tra Venezia e Trieste, è sposato con un'architetto di Taiwan, non ha figli, ma la Nutella a casa sua, nel centro di Shanghai, non manca mai, anche se costa parecchio: grosso modo 9 euro per un vasetto di 750 grammi. Carlo Geremia, 43 anni, avvocato appassionato di Cina, dal 2001 a Pechino e poi nella capitale economica del paese, ammette la sua debolezza di gola: «Amo i dolci italiani, quando torno a casa faccio sempre la scorta di torte, panettoni e cioccolatini. La Nutella, invece, la trovo qui al supermercato, è molto apprezzata anche dai cinesi».

L'amore per la Cina è nato piuttosto casualmente, il suo percorso formativo andava in tutt'altra direzione: «Nel 1994 mi sono laureato in legge. Poi ho lavorato per qualche anno nello studio di mio padre, a Portogruaro. Attività interessante, ma sentivo la necessità di un'esperienza all'estero».

Geremia fa un master in diritto internazionale alla London School of Economics, poi si imbatte in un programma Ue che finanzia training di dieci mesi in Cina, un mix tra studio e lavoro in aziende locali. «Sono arrivato nel 2001 e subito entrato in un grande studio legale di partner inglesi, un'esperienza molto interessante. Formativa». Dopo un rientro forzato in Italia nel 2003 causa allarme Sars, ecco il ritorno definitivo a Pechino con un preciso obiettivo: imparare il cinese. Non basta l'inglese per il business? «È indispensabile, ma non sufficiente.

Conoscere il cinese ti permette di entrare in contatto diretto con la gente, di conoscere meglio la storia, la cultura, il modo di pensare. È una lingua complessa, ora la parlo e la leggo abbastanza, quanto basta per evitare di vivere in quella torre d'avorio, un po' colonialista, che isola dirigenti e tecnici europei». Ricco di esperienza legale e piuttosto fluente nella lingua, Geremia a questo punto si trasferisce a Shanghai, «una città più difficile, più competitiva di Pechino, molto orientata al business, quindi ricca di opportunità professionali, ma senza storia». Poco più di tre anni nello studio legale, poi la grande crisi globale di fine 2008 colpisce anche la Cina. I faldoni delle pratiche si assottigliano. Ma fortunatamente a Shanghai cambiare lavoro non è difficile. «Dal 2009 mi sono inserito, bene direi, in una compagnia cinese che assiste le aziende straniere intenzionate a insediarsi qui. Un lavoro molto interessante e utile.

La Cina è un universo, non ci si può improvvisare, eventuali errori iniziali si pagano pesantemente». La società è stata fondata da due dirigenti del governo locale di Shanghai, profondi conoscitori dei meccanismi burocratico-amministrativi. I dipendenti, rapidamente aumentati, ora sono una cinquantina: «Assistiamo un migliaio di imprese internazionali, io mi occupo principalmente degli affari legali per fondare una società di diritto cinese o di modifiche statutarie, i miei colleghi offrono assistenza per amministrazione e servizi contabili, in particolare per rendere omogenei i bilanci. E consolidare gli utili delle filiali cinesi alla capogruppo».

Principi contabili diversi? Geremia spiega: «In Cina si applica il principio di cassa, con costi e ricavi che sono imputati al periodo nel quale sono stati sostenuti. In Italia (e in altri paesi occidentali) si utilizza il principio di competenza: costi e ricavi vengono trascritti quando entrate e uscite si verificano realmente». Un investimento pluriennale, quindi, ha un diverso trattamento nel bilancio cinese e in quello italiano. «Dobbiamo "convertire" (facendo delle rettifiche) la contabilità cinese perché possa essere letta dalla casa madre italiana o per fare il bilancio consolidato del gruppo». «Siamo in un paese molto amministrativizzato - sintetizza l'avvocato veneto - con un sistema legislativo decisamente complesso. E invasivo.

A Pechino il governo o l'assemblea del popolo emanano leggi con principi generali che poi devono essere applicati a livello locale con misure più o meno conformi al dettato centrale. Le differenze sono grandi: a Shanghai le misure economiche sono molto più business oriented, nonostante tutte le tortuosità del sistema politico-economico. In altre regioni i vincoli spesso sono maggiori». Per esempio? «A Hong Kong basta meno di una settimana per avviare una società, qui a Shanghai ci vogliono almeno un paio di mesi per arrivare a una business licence e un altro mese per completare l'iter. E chi vuole aprire un sito produttivo deve rassegnarsi a passaggi ancora più lunghi. In altre province i tempi si dilatano ulteriormente, con differenze anche di diversi mesi e regolamenti locali che spesso si contraddicono.

Pesa, in queste zone, anche l'inesperienza di gestire un sistema economico sempre più articolato e complesso. Qui non c'è un Codice civile strutturato come il nostro. Il sistema legale è ancora in costruzione e ci vorrà molto tempo per arrivare a un minimo di organicità. Il lavoro certo non manca all'avvocato Geremia («ma mia moglie è ancora più occupata, un grattacielo dopo l'altro, con ritmi impensabili per una città occidentale»), affascinato dal modo in cui i cinesi adattano le legislazioni straniere ai propri bisogni. Quindi non copiano solo i rubinetti o le griffe del made in Italy? «Copiare, in questo caso, non è la parola esatta. Si ispirano, studiano i modelli legislativi in giro per il mondo e adottano quello che ritengono più adeguato al sistema cinese.

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