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Questo articolo è stato pubblicato il 12 giugno 2011 alle ore 08:22.

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Quando si pubblica un libro di critica, il bello dell'essere recensiti è che si può (forse si deve) rispondere ai recensori. Approfitto perciò degli articoli di Filippo La Porta e Bruno Pischedda il 29 maggio su queste pagine per precisare e rilanciare. Anche l'ampio articolo di Giorgio Ficara prendeva spunto dal mio Non incoraggiate il romanzo: ma poi prendeva subito la sua strada, piena di curve e di tornanti, in cui si incontravano Tolstoj e Sterne, Joyce e Franzen, Robbe-Grillet e Sanguineti, Franco Cordelli e Antonio Franchini. Ci sarebbe materia per uno sguardo panoramico sia sull'intera storia del romanzo che sui problemi italiani attuali.
Dico solo due parole sul modo in cui La Porta e Pischedda mi recensiscono. La Porta ha un incipit ambivalente e a sorpresa, che forse andava spiegato: il mio sarebbe «il libro di critica militante più bello di questi anni» benché io non sia «propriamente un critico militante». Ricevo così una lode impegnativa seguita da una precisazione liquidatoria e contraddittoria. Se non sono un critico militante che altro sono? E che cos'è un critico militante: chi recensisce tutti i romanzi o chi ha un'idea del contesto culturale presente? La definizione di La Porta è che io sono un critico «sensoriale» dotato tuttavia di una «protesi intellettuale». L'idea mi fa venire i brividi. Non immaginavo di avere un cervello bionico.
Secondo Pischedda sono un autore che fa pubblicità per se stesso con un titolo promettente, ma poi non mantiene le promesse. Inoltre faccio «una proposta istituzionale anziché eversiva» e non so apprezzare «quel poco di democrazia culturale di cui ha goduto la penisola nell'ultimo mezzo secolo» (apprezzo invece, ma non a occhi chiusi). Vorrei precisare che il titolo Non incoraggiate il romanzo non rilancia l'idea della morte del romanzo di cui si è parlato per un secolo, quanto piuttosto quella più ovvia ma più empirica secondo cui il romanzo è in metamorfosi e si è passati dal programma avanguardista dell'antiromanzo illeggibile, senza pubblico e fuori mercato (anni 60 e 70) al programma editoriale del bestseller prefabbricato.
Non si tratta di morte o vita del romanzo, queste sono drammatizzazioni retoriche. Si tratta di qualità, quantità, forma e mitologia dei romanzi di oggi confrontati con quelli di ieri. Non sono pochi oggi gli scrittori che preferiscono occupare tutta la scena letteraria e dimenticare la narrativa italiana della seconda metà del Novecento per sentirsi liberi da ogni confronto (ricattatorio?) con un passato migliore. La democrazia in letteratura ha i suoi limiti e se tutti hanno il diritto di scrivere poesie e romanzi questo non significa che la critica ha il dovere complementare di sospendere il giudizio approvando incondizionatamente. Ogni discorso critico si fonda su confronti e nessi: altrimenti, in sé, ogni libro e autore sarebbe un unicum incomparabile. Un'interpretazione secondo me ottimistica del presente è quella che La Porta ricava da una frase di Leslie Fiedler: se Dio muore rinascono gli dèi, cioè se il grande romanzo classico non c'è più, fiorisce in compenso un'eccitante varietà di narrazioni rizomatiche e migranti: meta, neo, para e sub-letterarie. Questo sarebbe confermato, secondo La Porta, dal fatto che i romanzi di Ammaniti non sono meno, ma più ricchi di «suggestione mitica» di quelli di Vittorini e Sciascia. Non meno ottimistica è l'altra ipotesi di La Porta sulla pluralità di forme che un tempo si intrecciavano a formare il romanzo (autobiografia, critica sociale, gusto della trama...), che oggi si sarebbero dissociate e autonomizzate e spetterebbe alla coscienza del lettore ricomporle nell'unità del romanzo. Ma il tipo di lettore demiurgico che chiede La Porta, io non lo vedo. A meno che ogni lettore di narrativa non diventi un esperto critico letterario. Il fatto è che l'esistenza di un tale lettore non è prevista dagli editori, la cui strategia va in direzione opposta. Vengono offerti come romanzi proprio quelle forme dissociate e provvisorie che potrebbero contribuire alla costruzione di un romanzo, ma raramente ci riescono.
Se fra bestseller programmati e prove d'autore la situazione è più o meno questa, non si capisce come potrebbe esserci "eversione", in assenza di istituzioni letterarie consolidate. Ormai in tutti i campi l'eversione avviene senza che ci siano eversori a deciderla. Il capitalismo è rivoluzionario da quando esiste, ma oggi lo è ancora di più e senza sembrare: sono i manager e i programmatori a cambiare il mondo.
Nonostante il titolo (che pure allude a qualcosa: allo squilibrio fra quantità e qualità nella narrativa recente) il mio non è un libro a tesi. È un montaggio di recensioni e riflessioni. Mi sono formato come lettore in un periodo che si apre con Gattopardo e Pasticciaccio, in cui si ascoltavano e leggevano le lezioni di Giacomo Debenedetti sul romanzo del Novecento, in cui comparivano i libri di Fenoglio e della Morante, mentre Calvino, Parise e Volponi continuavano a cercare soluzioni narrative nuove e uscivano opere inaspettate come Horcynus Orca e Il giorno del giudizio.
Eppure era un periodo in cui si parlava continuamente di crisi o morte del romanzo. Oggi, al primo dubbio, ognuno dei cinquecento romanzieri in attività si sente offeso. Ma quando leggo il presente non riesco a dimenticare di aver letto il passato. Questo è molto umano e a volte rende esigenti. Comunque una proposta eversiva ce l'avrei ed è questa: conta solo se un libro è bello, brutto, mediocre, utile, nullo: il genere a cui appartiene o non appartiene imoprta poco.
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