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Questo articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2011 alle ore 08:14.

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Ai tempi in cui girò Mani in alto (1967) Jerzy Skolimowski aveva dichiarato «di essere profondamente consapevole di scavare un buco nel sistema». Forse allora non aveva calcolato quanto. Il suo film, dal messaggio profondamente antistalinista, fu censurato dall'establishment polacco e bandito fino agli anni Ottanta, mentre lui, non gradito in Patria, divenne un esule. Oggi, a 73 anni, Skolimowski percorre la strada inversa. La sua ultima opera, Essential killing, è una pellicola dal contenuto fortemente politico, ma lui sostiene di non aver voluto dare alcun messaggio in questo senso. «Ci tenevo a raccontare la storia di un uomo che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato e diventa una preda umana», spiega. Ma poco dopo, avvertendo la crescente perplessità negli occhi dell'interlocutore, si giustifica: «Da giovane mi sono scottato e ho pagato troppo».
Essential killing, che ha ricevuto il Premio speciale per la giuria alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, racconta la storia di un afghano, che, nascosto nelle pieghe rocciose di una landa desertica, viene braccato da un manipolo di soldati americani. Nella reciproca diffidenza, nell'assoluto disorientamento dei militari sul territorio, nonostante l'equipaggiamento altamente tecnologico, l'uomo si impossessa di un'arma, colpisce il drappello e riesce a scappare. Dopo un lungo inseguimento e un interrogatorio barbaro, il protagonista viene caricato su un camion assieme ad altri prigionieri come lui incappucciati e vestiti con una tuta arancione e trasportato in un luogo incerto in cui vige un clima invernale pesante, sommerso dalla neve, quasi artico. Durante il viaggio il mezzo di trasporto subisce un incidente in cui muoiono tutti, tranne il protagonista che si libera delle catene ma si trova nuovamente a essere braccato dall'esercito, accompagnato questa volta da una muta di cani.
Essential killing, nonostante la fama leggendaria del suo regista, non sarà nelle sale italiane perché nessuna casa di distribuzione ne ha ancora acquistato i diritti. «La Milanesiana», rassegna di letteratura, musica, cinema, scienza, filosofia e videogiochi, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, offre l'occasione di poterne assaggiare un estratto di venti minuti e di incontrare il regista sabato 2 luglio al teatro Dal Verme a Milano, assieme a una rassegna delle sue maggiori opere allo spazio Oberdan (www.provincia.milano.it/cultura/progetti/la_milanesiana/serate.html).
Protagonista eccellente e quanto mai credibile «Cristo in croce» in versione contemporanea, preda vorace, animalesca incarnazione della legge della sopravvivenza, Vincent Gallo per questa interpretazione si è aggiudicato la Coppa Volpi come migliore attore maschile. Parte della critica ha individuato in lui un talebano, «ma in realtà è un uomo qualunque – spiega il regista –, rispettoso dei dettami religiosi. È islamico perché è il credo dominante del suo Paese, ma nulla fa trapelare un suo coinvolgimento nel braccio armato che combatte in nome di Allah».
Come Gallo prega, così i soldati americani baciano la medaglietta con la Madonna o si fanno il segno della croce nella buona fede di agire per il bene altrui. «I conflitti sono assurdi in generale, ma ancora di più se portati avanti in nome di un credo». Skolimowski sa cosa significhi la guerra. Il padre, membro della resistenza polacca, fu ucciso dai nazisti, da cui il piccolo Jerzy era costretto ad accettare le caramelle per mantenere un'apparenza amichevole, visto che la madre nascondeva nella loro casa una famiglia di ebrei. Eclettico, Skolimowski è stato anche attore, musicista jazz e sceneggiatore per Ingenui e perversi (1960) di Andrzej Wajda, che fu il suo maestro, e per Roman Polanski, con cui scrisse il lungometraggio d'esordio Il coltello nell'acqua (1962). Protagonista di alcuni suoi importanti film, fu esponente della nouvelle vague polacca e cercò di evidenziare soprattutto le piaghe esistenziali della sua generazione, invece di rivoluzionare il modo di fare cinema. Con Essential killing, la cui fotografia meravigliosa vale il film, pare criticare l'imperialismo americano, l'esportazione forzata del concetto di democrazia, le torture di Guantanamo, il conflitto come metodo per sanare le piaghe del terrorismo. Ma Skolimowski fa orecchie da mercante e rilancia il messaggio universale della sua pellicola. Vedremo cosa «La Milanesiana» e i suoi interlocutori riusciranno a strappargli.
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in scena
In occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia, il 30 giugno,
dalle 21,
in sala Buzzati,
Mario Martone,
Anna Bonaiuto,
Roberto Herlitzka,
Giuseppe Battiston,
Maurizio Donadoni
e Roberto Accornero
porteranno
in scena
brani della sceneggiatura
di «Noi credevamo»,
con i prologhi letterari
di Antonio Scurati e Fausta Garavini
e il prologo critico di
Enrico Ghezzi
e Maurizio Porro.