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Questo articolo è stato pubblicato il 21 agosto 2011 alle ore 14:27.

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Un'opera dell'artista sudafricano William KentridgeUn'opera dell'artista sudafricano William Kentridge

Il romanzo si è staccato dalla sua terra nativa e si presta a lanciarsi nel vortice della circolazione globale. Questa la tesi principale di Romanzo mondo di Vittorio Coletti. I grandi romanzi del passato ‐ Orgoglio e pregiudizio, Madame Bovary, Delitto e castigo ‐ erano saldamente radicati nel loro territorio e nella lingua locale. Anzi, più ne facevano parte, più riuscivano profondi e avevano la possibilità, dopo un'affermazione nazionale, di attrarre un pubblico anche internazionale. Così, nonostante le differenze di lingua e cultura, la Nazione non è mai stata una scatola a chiusura stagna. Gli scrittori si facevano influenzare dai capolavori di altri Paesi ‐ Sterne da Rabelais, Stendhal da Fielding, Joyce da Flaubert ‐ tanto che far studiare le letterature nazionali come fossero a se stanti è stato uno sbaglio. Ma se una piccola parte della produzione letteraria circolava anche all'estero, i territori stessi rimanevano ben diversi; i romanzi erano radicati in quei territori («Emma Bovary trasferita a Roma non solo non funzionerebbe come emblema della piccola borghesia ottocentesca, ma semplicemente non potrebbe darsi») e soprattutto gli scrittori indirizzavano le loro opere a un pubblico nazionale; erano coinvolti in un dibattito con chi li circondava.

Nel secondo Novecento tutto ciò è cambiato. Si tratta di un'evoluzione lunga, complessa, ancora in atto, e non sorprende che Coletti stenti a mettervi ordine. Anche con la forte tendenza di culture ed economie ad allinearsi, rimangono differenze importanti tra un posto e l'altro, tra una lingua e un'altra, tra le persone, le tradizioni, i mercati. Dire che «le somiglianze fra le diverse realtà nazionali stavano diventando superiori alle differenze», quasi ci fosse una linea netta tra differenza assoluta e somiglianza totale, con un punto di svolta superato il quale i romanzi non racconteranno più la loro terra di provenienza, non è molto convincente. Dire che «stava avvicinandosi il momento in cui una vicenda ambientata a Berlino non sarebbe stata troppo dissimile da una ambientata a Lisbona» fa pensare che lo scrittore si limiti a riportare fedelmente le vicende senza che sia lui a decidere se radicarle o meno in un ambiente particolare. Un romanzo che raccontasse per davvero la politica calabrese di oggi troverebbe personaggi e vicende molto diversi da uno ambientato nel Parlamento norvegese.

Citando Coetzee, Coletti fa notare come, man mano che i romanzieri sudamericani, africani e asiatici si sono aggregati alla Repubblica mondiale delle lettere, è emerso il fenomeno di chi racconta non più per il proprio pubblico nazionale, ma per una readership più estesa e tendenzialmente liberale.

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