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Questo articolo è stato pubblicato il 21 agosto 2011 alle ore 08:15.

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Il fatto che la scienza esista e continui a esistere è sorprendente, anche (se non soprattutto) perché la diamo per scontata. La maggioranza degli intellettuali e dei politici italiani ritiene, in realtà, che ce ne sia troppa. Qualcuno teorizza che se ne potrebbe fare anche a meno e vorrebbe scuole che insegnino pseudoscienze e superstizione. A chi pensa che gli scienziati e le conoscenze scientifiche siano tutto sommato qualcosa di superfluo, se non pericoloso, si potrebbe consigliare di riflettere sulla Cina, che di questi tempi viene spesso presa come modello. Uno dei punti di forza ideologici del «Grande Balzo in Avanti» di Mao, fu di spedire scienziati, tecnici e intellettuali a fare i contadini, e di insegnare le teorie scientifiche "socialiste". La conseguenza fu una delle più gravi carestie del secolo e un impoverimento senza precedenti. La cosiddetta «Quarta Modernizzazione», varata nel 1978 da Deng Xiaoping fondava il futuro sviluppo del Paese sulla "scienza e la tecnologia", e una elevatissima proporzione dei quadri dirigenti del Partito Comunista Cinese e degli uomini di governo degli ultimi vent'anni ha un'istruzione tecnico-scientifica. Basta poi sommare gli investimenti in ricerca e innovazione che i governi cinesi, rispetto a quelli occidentali, hanno effettuato dal 1986, dopo l'avvio del National High-Tech Research and Development Program, e si capisce come mai oggi tengono in pugno l'economia mondiale. Ma, in fondo, hanno solo ripetuto quello che già gli Stati Uniti avevano fatto all'indomani della seconda guerra mondiale, mettendo in pratica i consigli di Vannevar Bush al presidente Truman!
Il fatto che le straordinarie potenzialità della scienza non vengano colte, non è frutto di cattiva fede. Sarebbe normale se il ripetersi della storia non l'avesse reso oggi un segno d'ottusità. Dipende in primo luogo dalla natura stessa di questo tipo di impresa conoscitiva. Solo le gratificazioni intellettuali e i benefici economici e civili che derivano dalla scienza possono, infatti, spiegare il persistere di una forma di conoscenza di fatto estranea al modo spontaneo o intuitivo di funzionare della nostra mente. Si discute dal Rinascimento quali sono i rapporti tra scienza e senso comune. Il grande embriologo Lewis Wolpert ha definito la scienza «innaturale» e la maggior parte dei fisici parlano di «senso non comune». In realtà, rimane il prodotto di specifiche caratteristiche evolute del nostro cervello. Quindi è qualcosa di naturale. Ma è fuori discussione che si tratti di un modo di pensare che richiede di andare contro le euristiche spontanee. E che, soprattutto, implichi la disponibilità – difficile da conquistare psicologicamente – ad abbandonare ciò in cui si crede, se i fatti dicono il contrario. Quindi, ha ragione Roberto Casati, quando nel suo Istruzioni per non essere fanatici (Il Sole 24 Ore di Domenica 7 agosto) attribuisce al metodo scientifico e all'uso del pensiero controintuitivo effetti protettivi contro il fanatismo.
Se negli ultimi due secoli, e in modo sempre più accelerato negli ultimi cinquant'anni, il benessere e la libertà nel mondo sono aumentati, nonostante tutto, un ruolo importante l'ha svolto la scienza e la sua diffusione culturale. Attraverso l'istruzione, più che per via della divulgazione. Non riesco a vedere quale altra novità, dopo la Rivoluzione Neolitica, possa spiegare come mai, dopo diecimila anni di tentativi falliti, a un certo punto si è riusciti a far convivere civilmente e far crescere in benessere e libertà, in modo abbastanza stabile, società umane a priori del tutto improbabili.
La scienza, quindi, richiede menti speciali. Che non vuol dire umanamente superiori. Solo capaci di funzionare in modo un po' diverso dall'ordinario. E richiede che le idee scoperte da queste menti, e il metodo usato, si diffonda nella società. Perché in questo modo si neutralizzano anche gli impedimenti stessi alla scienza, che sono poi disvalori che rendono spesso tragica la convivenza civile: totalitarismo, razzismo, superstizione, eccetera.
Le beautiful minds sono quelle che, per motivi che possono essere i più diversi, hanno saputo guardare le cose in modo nuovo, costruendo ipotesi in prima istanza estranee all'esperienza – e per questo così spesso combattute nel nome delle percezioni immediate – che, messe a confronto con i fatti raccolti o provocati, hanno consentito di capire che cosa c'è al di là dell'esperienza diretta, che per milioni di anni era bastata ai nostri antenati per la mera sopravvivenza. Del resto, cosa hanno in comune i postulati di Euclide, la statica di Archimede, il concetto ippocratico della malattia, il principio d'inerzia o la prima legge del moto, il calcolo infinitesimale, la teoria cinetica del calore, la teoria della selezione naturale, la tavola periodica, la relatività speciale, la teoria microbica delle malattie e il codice genetico? Partono da ragionamenti che vanno contro l'esperienza comune e, usando diversi accorgimenti operativi, arrivano a scoprire le leggi che governano il mondo naturale, o realtà che non sono accessibili ai nostri sensi. Ma le cui caratteristiche spiegano molte più cose delle nostre intuizioni.
Le menti scientifiche sono esempi formidabili delle potenzialità manipolatorie del cervello umano: che si tratti di Talete, Euclide, Archimede, Ippocrate o Erasistrato, fino alle più sofisticate ricerche sulla natura delle forze fondamentali o sull'organizzazione fisica e biochimica delle cellule, passando per Copernico, Galileo, Newton, Riemann, Einstein, Planck, Darwin, Pasteur, Claude Bernard o la coppia Watson/Crick.

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