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Questo articolo è stato pubblicato il 18 settembre 2011 alle ore 08:17.
Questo non è un "coccodrillo". Non è un pezzo preparato in anticipo e tirato fuori nella luttuosa evenienza, per associarsi al compianto unanime tessendo elogi di circostanza. Perché la morte inattesa di Bonatti ci ha davvero colto di sorpresa, lasciandoci tutti un po' increduli. Ma come? Così senza le avvisaglie di qualche male? Aveva compiuto 81 anni, un'età da vecchiaia per l'Inps, ma oggi nessuno poteva pensare che la sua vita potesse concludersi così presto.
Ormai da trent'anni aveva i capelli candidi, ma nel nostro immaginario continuava a rappresentare il ruolo dell'alpinista capace di uscire vivo dalle peggiori intemperie di montagna dove gli altri soccombono, dell'uomo dall'organismo speciale come si conviene al «più grande alpinista del mondo». Così lo definì «Paris Match» nel 1955 all'indomani della prima solitaria sulla spettacolare guglia del Dru che i turisti ammirano dalla stazioncina del Montenvers, affacciandosi sulla Mer de Glace. Fu per lui la consacrazione da parte della Francia e di Chamonix, «capitale mondiale dell'alpinismo», come sta scritto al l'uscita del tunnel del Monte Bianco. Il Paese della grandeur e del generale De Gaulle, uso a guardarci con la sufficienza piena di sé di chi è esente dai difetti nostrani, salvo poi ammirare - anzi, adorare, j'adore! dicono loro - molte italiche eccellenze, ha sempre amato Bonatti senza le riserve, le gelosie e le infinite polemiche che gli hanno avvelenato la carriera e la vita nel nostro Paese.
Così il primo omaggio che gli dobbiamo è la gratitudine per essere stato un grande italiano agli occhi del mondo, un italiano amato e celebrato per le sue imprese e il carattere tutto d'un pezzo, agli antipodi degli stereotipi negativi, spesso non a torto, attribuiti al nostro Paese. A cominciare dalla Francia, Bonattì, con l'accento sulla "i", è stato considerato il più grande della sua epoca nel quindicennio che va dal 1951 al 1965, dalla scalata sul vertiginoso granito della parete est del Grand Capucin con il torinese Luciano Ghigo, fino all'addio alle scene dell'alpinismo estremo con la nuova via diretta, solitaria e invernale sulla nord del Cervino, un coup de théatre da fuoriclasse. E in seguito ha continuato a presidiare con il suo ascendente morale e i libri Le mie montagne e I giorni grandi, rifusi per Dalai editore sotto il titolo Montagne di una vita, i valori e l'etica severa dell'alpinismo classico. Ha continuato a battersi sempre più controcorrente in difesa dell'alta montagna, degli spazi vergini, della natura autentica, contro l'assalto del turismo di massa, contro lo sport delle gare e degli eventi pilotati dagli sponsor e dagli interessi commerciali. Per questo, nella seconda metà degli anni Ottanta, venne ai ferri corti con Reinhold Messner e rifiutò di aderire alla fondazione di Mountain Wilderness, la Greenpeace degli alpinisti, accusando il vincitore dei quattordici ottomila di aver portato i mercanti nel tempio. Il biondo altoatesino ebbe buon gioco a replicargli di aver solo perfezionato un modello già sperimentato dallo stesso Bonatti, testimonial (prima che il termine entrasse in uso) degli zaini Millet. Per fortuna quella polemica è svanita anche nella temibile memoria da elefante dell'uno, e l'altro, uscito a sua volta di scena, ha un po' ammesso di aver aperto la strada alla banalizzazione dell'Himalaya. Certo è che tutto il mondo alpinistico all'ultimo Filmfestival di Trento, ai primi di maggio, ha potuto applaudire con entusiasmo e una certa sorpresa all'abbraccio tra i due numeri uno nelle rispettive epoche. Si è così svelata un'amicizia, sia pure tardiva ma intensa, tra i due massimi protagonisti della montagna, uno erede dell'altro. Un'amicizia rinsaldata dall'autorevole sostegno del più giovane alla lunga battaglia dell'alpinista più anziano per la vera storia del K2. Una controversia conclusa solo nel 2004, cinquant'anni dopo, con l'ammissione da parte del Club alpino italiano del contributo decisivo del giovane Bonatti per la vittoria italiana.
Per capire la grandezza dell'alpinista bergamasco è indispensabile tornare indietro di mezzo secolo e più, a un'epoca che per gli sport di montagna e il costume sembra lontana anni luce. A Trento si rievocava la tragedia del Pilone Centrale del 1961, la tremenda ritirata sul Monte Bianco nell'infuriare della tempesta da cui Bonatti portò in salvo il cliente Roberto Gallieni e il francese Pierre Mazeaud, ma quattro compagni morirono di sfinimento. Mentre la storica impresa del K2 che ci riportò all'onore del mondo risale al 1954.
Dobbiamo perciò rivedere nei filmati in bianconero dell'Istituto Luce cos'era l'Italia di quegli anni, un Paese distrutto dalla guerra e doppiamente umiliato, dalla dittatura fascista e dalla sconfitta, che però stava tirando fuori le sue migliori energie per risollevarsi e ricostruire tra mille sacrifici, credendo con Alcide De Gasperi in un futuro migliore. E cos'era l'alpinismo, stabilmente bloccato sul limite del sesto grado, poi polverizzato da Messner a oggi. Il sesto grado era già stato ampiamente espugnato sotto il fascismo, quando andare in montagna era diventato uno sport popolare e patriottico, incoraggiato tra gli studenti e gli operai.
Bonatti, nato in quella cultura e formatosi sulle Grigne lecchesi, laboratorio delle imprese di Riccardo Cassin e compagni, intuì subito che l'alpinismo non è uno sport esatto e poteva dargli un mestiere più della fabbrica. Per affermarsi si dedicò a scoprire e a risolvere per primo nuovi "problemi" sempre più difficili dalle Dolomiti al Monte Bianco, anche d'inverno, anche da solo. Il suo alpinismo "drammatico", spesso sofferto o funestato da incidenti, era seguito con enorme interesse dai giornali sulle pagine di cronaca e dalla nascente televisione, perché nella sue avventure la gente comune vedeva rispecchiati i valori più sentiti della ricostruzione e del boom: il coraggio, lo spirito di sacrificio, la volontà di riuscire a ogni costo. Questo ha fatto sognare lo stesso Messner e generazioni di ragazzi. Per questo con lui è morto un eroe epico della nostra giovinezza.






