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Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2011 alle ore 14:14.

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C'è una bella fotografia di dune, sulla copertina. È una scelta efficace, che subito ci introduce nel cuore di questo libro di memorie scritto da Michael Baxandall (1933-2008), un grande storico dell'arte inglese che ha allargato il campo della sua disciplina e proprio per questo è diventato punto di riferimento irrinunciabile per chi si occupa di cultura del Rinascimento, ma anche dei modi della percezione, dei rapporti fra parole e immagini, dei profondi e difficili legami che legano un'opera d'arte alla società del suo tempo.

Baxandall ha scritto questi Episodi della sua vita quando la malattia rendeva ancora più essenziale il bisogno di ricomporre la propria identità, di rimettere insieme il proprio io. E lo fa con quella sua scrittura intransigente e con quel metodo che i suoi saggi ci hanno resi familiari: un metodo che mette in discussione i propri presupposti, che si interroga su se stesso proprio mentre agisce. Le pagine in cui si dispongono i ricordi diventano allora, continuamente, anche le pagine in cui ci si interroga su come la memoria funziona, su come vengono costruiti quelle immagini, e quei suoni, quegli odori, che si presentano alla mente.

Proprio qui entrano in gioco le dune, alle quali, come scrive Carlo Ginzburg nella introduzione, Baxandall dedica, sulla soglia del testo, una descrizione lunga, analitica, ipnotica. Le dune diventano un'immagine efficace di come si costruisce la memoria: il vento agisce di continuo sui granelli di sabbia, per cui la superficie si muove e si trasforma, ma subito appena sotto, e in profondità, si creano e si solidificano i diversi strati, quelle lamine che i popoli del deserto hanno nominato con grande precisione e ricchezza.

Baxandall ripercorre dunque i propri ricordi in modo non dissimile da come ha cercato di ricostruire «l'occhio dell'età» nelle sue classiche ricerche su Giotto e gli oratori, su pittura e società nel 400 italiano, o sulla scultura lignea del Rinascimento tedesco. Al di là delle frontiere del tempo, è stata la sua sfida, si può cercare di ricostruire i modi di percepire le immagini, gli schemi che orientavano la vista e la mente. Lui l'ha fatto mobilitando una gamma davvero inconsueta di fonti: dalla retorica, ai trattati di danza e di calligrafia, ma anche il sapere dei mercanti e degli artigiani, il galateo e i testi di devozione. Ha cercato così di ridar vita a qualcosa che accomunava gli artisti, i loro committenti, e il loro pubblico. Quel che ha chiamato, appunto, con una formula famosa, l'«occhio dell'età».

Baxandall guarda dunque alla duna in movimento che costituisce la propria memoria. E ne trae momenti e ritratti di grande forza. A cominciare dal padre, bravo fotografo e esperto d'arte (diventerà direttore della Scottish National Gallery), un uomo timido, capace di grandi entusiasmi e quindi vulnerabile, come lo descrive il figlio con una sorta di autoritratto. La famiglia in cui trascorre l'infanzia è un mondo aperto agli amici, frequentato da artisti progressisti, fra cui un burattinaio pacifista. Vengono poi gli anni di Cambridge, al Downing College, caratterizzati da una formazione letteraria che lo lascia insoddisfatto. E subito dopo, una fase di libertà, di ricerca di sé al di fuori di ogni fisso impegno professionale.

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