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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2011 alle ore 15:55.

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La cinquantacinquesima edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia – 24 settembre/1 ottobre, prossima quindi alla conclusione – ha fatto di tutto per offuscare i sintomi e gli effetti della crisi economica generale nonché dei tagli nostrani alla cultura. E c'è riuscita.

La fertile fantasia di Luca Francesconi, direttore per la quarta volta consecutiva del festival, essendo nel contempo presidente Paolo Baratta, ha inventato quest'anno per la manifestazione un nuovo tema e un nuovo titolo: Mutanti. Rubo la sua spiegazione, perché è difficile dire di meglio: «Forse stiamo assistendo a una sorta di mutazione genetica della cultura occidentale. Viviamo in un mondo che fa sembrare anacronistici non solo il pensiero, l'approfondimento e la fatica, ma anche la matita e la carta, la pratica e l'artigianato. Oggi che tutto è alla portata di un click, è sempre più evidente la tentazione di liberarci della memoria, sognando di essere più leggeri. La Biennale Musica 2011 parla di mutanti, di qualcosa che finisce, perlomeno nella forma in cui la conosciamo, per diventare altro». Ieri Francesconi ha posto l'arduo quesito in un incontro pubblico con lo scrittore Alessandro Baricco e il sociologo Mauro Magatti.

Posto che la capacità-necessità degli umani di creare utensili sempre più potenti è nata forse con l'osso brandito dalla scimmia nel film Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick: ebbene oggi, per la prima volta, la potenza della tecnologia ha una dimensione globale che può influenzare la sorte dell'intero pianeta. Ed ecco la domanda: «Si tratta dell'ennesima rivoluzione annunciata? Oppure di una mutazione che manderà all'aria i parametri interpretativi cui siamo abituati?». E' impossibile riferire in dettaglio dell'incontro in questo articolo, ma mi propongo di tornare sull'argomento.

Il festival è decollato con il Leone d'oro alla carriera attribuito al compositore e direttore d'orchestra Peter Eotvos, 67 anni, ungherese della Transilvania (ora in Romania). In Italia Eotvos non è noto al pubblico come meriterebbe; gli addetti, invece, lo hanno seguito bene nel suo percorso fitto di rimembranze di Bela Bartok, e nelle sue collaborazioni con Karlheinz Stockhausen e con Pierre Boulez. Molti lo considerano un "moderato" nella cornice musicale contemporanea, e il maestro ne ha dato conferma nella prima serata, riservata a lui che ha diretto la Swr Sinfonieorchester Baden Baden und Freiburg iniziando con la Tanz-Suite di Bartok e proseguendo con due opere sue, il Konzert for Zwei Klaviere e la Replica per viola e orchestra. Il Leone d'argento è andato al giovane Repertorio Zero, un quartetto d'archi elettrico – tutt'altro che moderato – integrato da un indispensabile regista del suono. Ha brillato specialmente con una prima assoluta di Jean-François Laporte, acre e violenta come si addice ai mutanti veraci.

Ha destato viva curiosità e interesse la installazione per pianoforte ed eccitatori di vibrazione intitolata "Aura In Visibile.2", un'idea geniale di Luigi Ceccarelli prevista per tutti i giorni del festival nel Pòrtego (Portico) di Cà Giustinian e spostata invece nella sala d'ingresso per favorirne la giusta udibilità. Si tratta di un pianoforte coricato per terra con le corde bene in vista. Il pianista non c'è, ma il pianoforte suona per conto proprio, sollecitato dai vibratori che gli dettano itinerari struggenti, brevi o lunghi, secchi o dolcemente melodici. Tutto stupendo. I cultori del jazz contemporaneo presenti nella Sala dei Concerti del Conservatorio Benedetto Marcello, hanno particolarmente apprezzato i solisti dell'Ircam del Centre Pompidou di Parigi. Mi riferisco al clarinettista-contrabbassista Alain Billard, al fagottista Brice Martin e al trombettista Gabriele Cassone che hanno interpretato brani di Yann Robin, Franck Bedrossian, Yan Maresz e Roques Rivas, autori di brani per strumenti in solo. I quattro non erano nemmeno nati o erano in fasce quando, fra gli anni Sessanta e i Settanta, esplodeva il jazz informale. Ma lo hanno bene in mente, eccome: in varie sequenze sembrano allievi di Anthony Braxton, con l'aggiunta dell'elettronica che per Braxton era soltanto una parte della sua ricerca del tutto.

Siano lodati, infine, i magnifici sei dei Sentieri Selvaggi più il loro direttore Carlo Boccadoro ascoltati al Teatro Malibran. Premetto che sono amatissimi da chi scrive (e considerati "moderati" dagli esperti di cui sopra). Questi sette moderati, ammesso che siano tali, mi stanno assai bene per la loro capacità onnivora e mutante. E il compositore Filippo Del Corno, elegante presentatore del gruppo in questa e in altre occasioni, mette subito in evidenza la speciale sostanza mutante del primo brano in programma, che è Kick del compositore Steve Martland di Liverpool: sei minuti di una melodia popolare per violino del Seicento inglese, "sottoposta a un'irriverente serie di variazioni che ne modificano radicalmente il profilo". Ecco poi la dolcezza mediterranea di Aktal della greca Christina Athinodorou; Hot Shot Willie di Boccadoro che si ricorda del blues e utilizza la tecnica dei violinisti americani di jazz degli anni venti; Dulle Griet di Giovanni Verrando che si ispira all'omonima pittura demonologica di Pieter Bruegel, precursore dell'attuale inferno metropolitano; e Grazioso! di Mark Anthony Turnage che allude al nome della chitarra elettrica utilizzata da Jimmy Page dei Led Zeppelin. Concludono il concerto le strutture iterative di Double Sextet in tre movimenti congiunti di Steve Reich. Tante diversità, come si vede, tutte ben eseguite e fatte proprie. E c'è anche un cd fresco di stampa, Zingiber edito da Cantaloupe, che arricchisce ulteriormente la discografia di Sentieri Selvaggi.

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