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Questo articolo è stato pubblicato il 02 ottobre 2011 alle ore 08:14.
«L'odio è un passo avanti e due indietro. È così che ci hanno insegnato al centro. È come giocare a campana, quando lanci il sassolino sempre più lontano e saltelli su un piede solo, ti abbassi e lo raccogli. Poi giri la faccia dove prima avevi la schiena e torni indietro verso il numero uno». Album da disegno di Adrian Chivu racconta la storia di un uomo e di una donna che stanno per separarsi, di un'altra donna che è invecchiata male, di un ragazzo le cui paure prendono hanno l'ombra di uccelli neri e le cui gioie hanno forma d'alberi, e talvolta ne hanno pure le chiome fiorite.
L'io di Album da disegno è infatti un ragazzo senza nome, senza voce e in fondo senza età. Potrebbe essere un adolescente, uno che nell'adolescenza non è ancora entrato, uno che non ne è mai uscito. Degli adolescenti, della prossimità all'adolescenza, questo io maschile singolare, ha l'indefinitezza, l'indolenza, gli improvvisi scatti di ossessione, d'odio, di amore, di un corpo che reagisce agli odori, al modo di ballare, al bacio sulla guancia di una donna. E corpo è metonimia. Anche se questa donna è tua madre, tua nonna, l'amica di tua madre, l'educatrice del centro dove ti hanno insegnato che l'odio è un passo avanti e due indietro. L'Album da disegno di Adrian Chivu è un romanzo di interni con un albero oltre i vetri del balcone e sotto il quale andare a ripararsi. In questo spazio chiuso – come pure è limitato il bianco del foglio da disegno –, accanto e contro l'io maschile singolare, si muove una intera famiglia. La nonna odia il nipote perché la diversità di lui è una malattia invisibile che rende invisibili tutti, gli uni agli altri. La madre ama il figlio perché non l'ha mai lasciato andare via dal proprio corpo. Il padre si giustifica: «Non credo che abbiamo niente da perdonarci, se fosse possibile dovremmo accettarci così come siamo». L'amica della madre più che altro fuma. Lo zio, che ha insegnato a tutti a giocare a scacchi, adesso compare sempre più di rado e a un certo punto solo per vendere la casa. «La sedia era dove l'avevo lasciata. Mi sono seduto e ho cominciato a pensare alla nonna. Se lei odia me, anch'io devo odiare lei. E infatti la odio. Di conseguenza, se la mamma mi vuole bene, anch'io devo voler bene a lei. E infatti gliene voglio. Di papà non so cosa pensare perché odiare non mi odia, ma non mi vuole neanche bene. Credo. Dei bambini sono passati correndo vicino a me e mi hanno detto qualcosa che non ho capito. Se loro odiano me, allora anch'io odio loro, e se mi vogliono bene, allora anch'io gliene voglio». L'io maschile singolare disegna per scongiurare disgrazie, per evocare soluzioni, per ricordare a se stesso che esiste una via d'uscita e che al fondo delle vie chiuse si può comunque scavare, l'io maschile singolare conta tutte le volte che deve rallentare il tempo, perché sa che non può fermarlo, nel silenzio mutilato di spiegazioni nel quale costringe gli altri a muoversi, l'io maschile singolare tutto capisce, tutto analizza, tutto intuisce e tutto spiega. Solo che questa comprensione è inutile - anzi è dannosa, avvelena, capire tutto non significa giustificare tutto - e non può mai ridursi ad analizzare qualcosa, intuire qualcosa, spiegare qualcosa. E tutto è metonimia. «Ho contato tutto quello che pensavo che così potesse assumere un qualche senso. Per fino le cose perdute, forzate, e quelle che ho rifiutato. Tutte, iniziando da me».
La prosa di Adrian Chivu è paratattica, frammentata, iterata, lascia il lettore sperduto in una continua e irriducibile sensazione di smarrimento, perché se il romanzo è di interni e il foglio da disegno limitato, il tempo è irregolare. Si riavvolge, cola, e giacché nessuno lo conta, non conta. Il futuro della nonna comincia a sapere di stantio, quello del padre è un eterno ritorno in una casa dove vive la donna che non ama più o forse sì, e un figlio al quale regala macchinine e pacchi di biscotti, quello della madre è fermo a un figlio che non può oltrepassare né le sue malattie né le sue mancanze, quello dell'io maschile singolare non esiste, il ragazzo sta come il cavallo di Ritratto in piedi (Club degli Editori, 1971) di Gianna Manzini, fermo, impedito, animale sul ponte della Trinità e per cui, appunto, il tempo è un sogno. E per il quale «la realtà (…) è un muscolo o un ragionamento che aiuta a sopravvivere ai cambiamenti». In Titolo Variabile (Quodlibet, 2009) – raccolta struggente di aforismi in forma di disegno, e dunque un album da disegno esso stesso – Margherita Morgantin tratteggia esperienze che non sono più del soggetto, ma nemmeno sono ancora oggettive, e in questo livello intermedio, in questo limbo tra impressione e definizione, serra la vita. «Questa ricerca inizia dall'esame dei confini, o claustrofobia». Penso che Adrian Chivu, nell'esame dei confini e nella descrizione di sconvolgente inquietudine di un ragazzo autistico che non può né essere impressionato né può definire, e che se lo fa non possiede strumenti verbali per comunicare, ma solo segni grafici, perimetri le inadeguatezze di ognuno, le imperfezioni e gli azzardi. «Le cose cattive sono quelle cose che se le metti in bocca ti ci puoi avvelenare. Questo lo sanno tutti. Ma cattive sono anche le cose che rischi di mettere in bocca per pura curiosità».
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Adrian Chivu, Album da disegno,
Aisara, Cagliari, pagg. 208, € 14,00
traduzione di I. M. Pop







