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Questo articolo è stato pubblicato il 09 ottobre 2011 alle ore 08:13.

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Nel celebre dialogo Il teatro delle marionette, Heinrich von Kleist poneva una questione cruciale del nostro tempo: perché il sapere e la riflessione determinano negli uomini una perdita dell'innocenza, sottraendo loro spontaneità e grazia? E perché l'inconsapevole e leggera danza delle marionette, generata da una pura forza meccanica, può invece apparire vicina alla sconfinata sapienza divina?
Simili paradossi non sono rari negli scritti di un autore divenuto rapidamente una leggenda per la vita movimentata e lo spettacolare, drammatico suicidio, messo in atto il 20 novembre del 1811 sulle rive del lago Wannsee in compagnia di Henriette Vogel, moglie di un funzionario prussiano e madre di una bambina di nove anni. Insieme a Hölderlin, con cui condivise l'insuccesso e la marginalità, Kleist spicca nel pantheon della letteratura tedesca per la sua "orbita eccentrica", e la canonizzazione della sua opera è in gran parte frutto del Novecento. I drammi e i racconti dello scrittore sono estranei alla poetica del classicismo di Weimar, ma neppure si lasciano inglobare nel movimento romantico. In loro è insita un'asprezza che troverà riconoscimento solo in un'altra epoca, capace di apprezzare il fascino inquietante di figure dominate dall'eccesso e lacerate dalla contraddizione: l'amazzone Pentesilea, che sbrana letteralmente Achille in un esaltato e feroce atto d'amore; il commerciante di cavalli Michael Kohlhaas, che reclama giustizia per un torto subito e finisce per mettere a ferro e fuoco un intero paese; la Caterina di Heilbronn e il principe di Homburg, che vivono in una dimensione onirica e riconoscono nei loro desideri l'unica possibile verità in un mondo di finzione; il corrotto giudice Adam della Brocca rotta, che mostra in modo esilarante gli abissi metafisici dell'arbitrio e del potere; la Marchesa di O..., che è vittima dell'amoralità e della violenza delle pulsioni. Come meravigliarsi, se Kleist è stato interpretato, acclamato, portato sulle scene e sullo schermo nel secolo di Freud?
Nel bicentenario della morte di questo discendente di un'illustre ma decaduta famiglia prussiana, nato a Francoforte sull'Oder nel 1777, convegni scientifici, mostre documentarie, messinscene teatrali e pubbliche letture (tra l'altro un World Wide Reading Day organizzato dal Festival della Letteratura di Berlino) rendono omaggio in tutto il mondo alla sua poliedrica figura di ufficiale, giornalista, politico, studioso, narratore, poeta e drammaturgo. In questo quadro si colloca anche la pubblicazione nei Meridiani di Mondadori delle Opere di Kleist, curata e introdotta da Anna Maria Carpi, che già qualche anno fa aveva dato alle stampe una magnifica biografia dello scrittore (Un inquieto batter d'ali, Mondadori, pagg. 354, € 22,00), ora pubblicata anche in Germania.
La ricezione italiana di Kleist prende avvio già nell'Ottocento, ma è nel secondo dopoguerra che si moltiplicano le traduzioni, spesso d'«autore», dei suoi scritti: da Giaime Pintor (che si cimentò con la Käthchen di Heilbronn) a Italo Alighiero Chiusano, da Ervino Pocar a Leone Traverso, da Rossana Rossanda a Paola Capriolo. Versioni illustri, che però, soprattutto sul palcoscenico, esibiscono talvolta una lingua troppo letteraria. Il Meridiano propone così nuove traduzioni di ben cinque degli otto drammi kleistiani, affidando alla penna di un valente poeta e regista come Cesare Lievi Il principe di Homburg e La brocca rotta. Pur nell'inevitabile diversità di stile (gli altri traduttori sono Marina Bistolfi, Roberta De Monticelli, Enrico Filippini, Giorgio Zampa e la stessa Carpi, finissima nel rendere metricamente Roberto il Guiscardo), e di approccio (alcune traduzioni sono in versi, altre in prosa), il tentativo è di fornire un'immagine nuova del corpus teatrale kleistiano, partendo dai valori della parola sulla scena, senza indugiare troppo sul potere "evocativo" del testo. La curatrice del Meridiano non nasconde peraltro la propria predilezione per la narrativa di Kleist, giudicata superiore al teatro (forte in questo del parere di Thomas Mann), e nella sua elegante introduzione vede nello scrittore «un realista alla soglia del realismo».
Accanto ai drammi, ai superbi racconti (riproposti nella versione, accuratamente rivista, di Marina Bistolfi), e a una parca scelta delle poesie, trovano così spazio nel volume i saggi di Kleist (tra cui il citato Il teatro delle marionette, nella versione di Renata Colorni), i suoi mirabili "aneddoti" e – per la prima volta in Italia – gli scritti politici e alcuni articoli dai «Berliner Abendbätter», il giornale che lo scrittore diresse per sei mesi a Berlino tra il 1810 e il 1811. Si ha modo così di scoprire una mente dalla curiosità onnivora, che si interessa delle rivoluzioni nella tecnica e nella scienza, propone riforme economiche improntate al liberalismo, comprende l'importanza della cronaca nera quale patografia sociale, assume un atteggiamento di intransigente (e talvolta ferocemente mistico) nazionalismo contro Napoleone, ma che – nello splendido Cosa vale in questa guerra – concepisce la Germania non come uno stato, bensì come una «comunità ignara di sete di potere e di conquista, una comunità che non pensa alla propria gloria, a meno che non debba pensare nello stesso tempo alla gloria e al bene di tutte le altre». È merito della Carpi e di Stefania Sbarra – autrice di un puntuale commento – aver ampiamente contestualizzato questi scritti, inserendoli nell'orizzonte biografico e storico di Kleist, che si getta sulla "bilancia del tempo" partecipando con le proprie convinzioni al fermento dell'epoca successiva alla rivoluzione francese. Da questo punto di vista si potrebbe forse rimpiangere che la scelta del volume non si sia estesa (almeno con una silloge) all'epistolario kleistiano, sebbene la curatrice ne dia ampi stralci nell'avvincente cronologia. E ugualmente si sarebbe forse potuto dare brevemente conto in apparato della discussione filologica oggi in atto in Germania intorno ai testi kleistiani, a lungo sottoposti a una prassi di emendazioni non del tutto giustificata (anche nell'edizione di riferimento scelta per le traduzioni del Meridiano), o rendere qualcuna delle numerose e significative varianti dei drammi (finora mai tradotte in italiano). Appunti marginali, a fronte di un'edizione preziosa, che nella scorrevolezza degli apparati, sempre di ausilio al lettore, nel l'alta qualità delle nuove traduzioni, nel l'apertura agli scritti politici, permette per la prima volta in Italia un approccio complessivo a uno degli autori più seducenti della letteratura universale.

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