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Questo articolo è stato pubblicato il 08 gennaio 2012 alle ore 08:16.

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Le commedie che mostrano la vita del teatro hanno sempre «un pizzico di carica fantastica in più», che affascina il pubblico: lo scriveva trentadue anni fa Roberto De Monticelli, recensendo proprio Servo di scena, e la regola sembra ancora perfettamente valida. In questi tre decenni il tema del teatro sul teatro ha prodotto almeno due piccoli "classici": il celeberrimo Rumori fuori scena di Frayn sul fronte comico-satirico e appunto Servo di scena su quello – per così dire – drammatico, seppur corretto da robuste dosi di ironia.
Il bel testo dell'inglese Ronald Harwood, proposto per la prima volta in Italia da Lavia nel 1980, con Gianni Santuccio e Umberto Orsini, e ripreso ora da Franco Branciaroli, rappresenta il passo d'addio di un vecchio attore che, ormai prossimo alla morte, si appresta a recitare il suo ultimo Re Lear in un teatro di provincia. Siamo nel 1942, in piena guerra: privo di forze, smarrito, confuso, lui riuscirà ancora a salire sul palco solo perché spinto e incoraggiato dal suo dresser, il suo "vestiarista", figura tipica del teatro britannico di un tempo, un po' segretario, un po' assistente e confidente.
La pièce, portata anche sullo schermo da Peter Yates, con Albert Finney e Tom Courtenay, intreccia abilmente gli artifici della finzione con le intrusioni dell'esistenza quotidiana: le macchine per simulare i rumori della tempesta si mescolano così con gli echi dei bombardamenti, le passioni dei personaggi scespiriani coi sentimenti della moglie-Cordelia, che non sopporta più il marito, della direttrice di scena che lo ama in silenzio, degli altri scritturati, in ansia per il loro lavoro.
Al centro dell'azione c'è tuttavia soprattutto il contrasto fra quei due caratteri: da un lato l'anziano istrione in declino, trombonesco, maschilista, ancora pronto a palpare sfacciatamente una giovane comparsa, dal l'altro l'aiutante subdolo, velenoso come una zitella inacidita, opportunista ma in fondo anche devoto, fedelissimo fino all'istante estremo. Sono i due volti di una stessa realtà: e non a caso la fine di Lear coincide, metaforicamente, con quella del protagonista, ed entrambe col tramonto di un'epoca, di una cultura, di un'idea di teatro.
Questa doppia anima si riflette anche nello spettacolo – intelligente, ben calibrato – realizzato da Branciaroli per il «Centro Teatrale Bresciano»: l'attore-regista è asciutto, sornione, affettuosamente caustico nei panni del "mattatore" agonizzante, mentre Tommaso Cardarelli è elettrico, sovreccitato, fin troppo esuberante nel tratteggiare l'ambigua figura del dresser. Li affiancano, fra gli altri, le brave Lisa Galantini e Melania Giglio. La bella scena di Margherita Palli si sviluppa su due piani: sopra c'è la ribalta dello scalcinato Lear, sotto i corridoi e i camerini che sono il vero cuore della vicenda.
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Servo di scena di Ronald Harwood, regia di Franco Branciaroli, in tournée fino ad aprile

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