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Questo articolo è stato pubblicato il 08 gennaio 2012 alle ore 08:14.

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Sovraesposto, presuntuoso, iperproduttivo. A volte persino (secondo i gossip) invenduto, o invendibile. Damien Hirst è certamente riuscito, da quando la sua mostra «Freeze» ha lanciato la Young British Art nel 1988, ad alimentare una serie di miti su di sé. Perlopiù negativi. L'arroganza del potere, del denaro, dell'artista che si gratta la pancia mentre qualcun altro realizza le sue idee, è il capo di imputazione numero uno per il quarantaseienne di Bristol che è diventato l'autore più controverso degli anni Novanta e Duemila.
Dotato di un senso dell'umorismo che sfugge a noi non-anglosassoni, e di un eloquio poco coinvolgente punteggiato da continui «You know» che nasconde invece una solida cultura storico-artistica, l'inventore degli squali in formaldeide, dell'opera più costosa della storia (Il teschio di diamanti da 1.100 carati del 2007), dell'ultima asta da 200 milioni di dollari prima del credit crunch del 2008, è in realtà un amante della pittura tramutatosi in re della performance, capace di trasformare tutte le sue mosse espositive e commerciali in altrettante occasioni di scandalo.
Adesso, da re pare stia per trasformarsi in un imperatore sulle cui mostre non tramonta mai il sole - letteralmente. Giovedì 12 gennaio Hirst inaugura infatti in contemporanea undici personali sparse per il globo, dedicate ad un unico ciclo pittorico: «The Complete Spot Paintings 1986 - 2011». Le sedi della galleria Gagosian a Londra (due), New York (tre), Roma, Parigi, Ginevra, Atene, Hong Kong e Beverly Hills ospiteranno oltre 300 dei suoi dipinti a pallini colorati (ne esistono quasi 1.500), dal primissimo Spot su tavola dipinto da Hirst venticinque anni fa sino all'ultimo del 2011, che contiene 25.871 pallini di 1 mm di diametro, tutti di colori diversi. Passando per il quadro più piccolo, 25 mm per 12, con solo mezzo pallino, e per il più monumentale, con quattro spot giganti di 60 cm ognuno.
E non è che l'inizio: ad aprile la Tate Modern gli dedica la retrospettiva che mancava al suo curriculum, a Roma il Macro e il Pastificio Cerere espongono fino al 10 marzo il suo manifesto Nucleohistone e se tenete gli occhi aperti lo vedrete sbarcare di nuovo in Italia, dopo la capitale, con una personale ancora segretissima.
L'idea della multi-mostra è venuta a Hirst osservando la mappa planetaria delle gallerie Gagosian nella sede di Madison Avenue, a New York: «Avevo sempre desiderato fare una mostra di soli Spot Paintings, per due volte è stata organizzata e poi cancellata, prima alla Tate Britain e poi alla Hayward di Londra, e ho pensato di farla in tutte le gallerie di Larry», spiega l'artista dalla Thailandia, dove si sta rilassando per prepararsi all'invasione del mondo. Sin dal primo Spot Painting, precisa, aveva in mente di «avviare una serie infinita». Per ogni dipinto Hirst parte disegnando geometricamente gli spot su carta millimetrata, o scrivendo dimensioni della tela e dei pallini per poi consegnarli ai suoi ragazzi di bottega – sono 250 le persone che lavorano per lui. I primi quadri, negli anni Ottanta, li ha invece dipinti personalmente: «Solo perché non potevo permettermi di pagare qualcuno per farlo», dice Hirst, aggiungendo che il fatto che lui si limiti a firmare sul retro i suoi lavori non dovrebbe essere considerato un problema: «È un modo molto antiquato di considerare l'artista, che riguarda secondo me più l'abilità tecnica che l'arte in sé. A me interessa il risultato e mi concentro affinché il dipinto venga esattamente come lo voglio. Usare altre persone per farlo non mi ha mai preoccupato, neanche gli architetti costruiscono le loro case». Un'argomentazione che continua a indispettire i suoi detrattori, tra i quali si conta David Hockney che tre giorni fa inaugurando la propria mostra alla Royal Academy ha criticato l'uso che Hirst fa degli assistenti, e ha fatto stampare sulla locandina la frase: «Tutti questi lavori sono stati fatti dall'artista stesso, in persona».
Si dice anche che il valore dei dipinti vari a seconda dell'assistente che l'ha realizzato, ma come sceglie Hirst i suoi pittori? «Cerco soprattutto la lealtà. A fare uno Spot Painting si impara, a essere leali no». Che effetto fa lavorare così a lungo su una stessa struttura? «Mi fa paura pensarci. In un lavoro lungo 25 anni percepisco l'idea della mia morte. Prima o poi smetterò di fare Spot Paintings, ma per adesso continuano: ora per esempio sto lavorando a un quadro con spot piccolissimi, grandi meno di un millimetro e mi sembra di fare una cosa completamente nuova». Si riferisce ai pezzi più ambiziosi del ciclo, uno dei quali non verrà pronto in tempo per la mostra: una tela con due milioni di spot che richiederà oltre cinque anni di lavoro di lavoro a diversi assistenti.
Anche le tele esposte hanno storie particolari: provengono da 150 collezioni diverse di venti Paesi, e una gran parte di esse non sarà in vendita. Ognuna ha per titolo una sostanza chimica: Famotidine (un antiulcera), Methoxyverapamil (utile contro le aritmie cardiache), Eucatropine (usata per dilatare le pupille), Aminoantipyrine (un analgesico), Levorphanol (un oppioide) e così via. «Mi è capitato in mano il manuale delle sostanze chimiche per farmacisti e mi è piaciuta l'idea di trasmettere che l'arte abbia il potere di guarire. Cosa verissima», dice.
I titoli sono sempre stati molto significativi per Hirst, a partire da The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living del famoso squalo da 12 milioni di dollari, fino a Beautiful Inside my Head Forever dell'asta di Sotheby's e a For the Love of God del teschio da 60 milioni che è anche, «al momento» il lavoro di cui va «più orgoglioso».

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