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Questo articolo è stato pubblicato il 05 febbraio 2012 alle ore 08:14.

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In una calda estate di metà anni 50 Lexie Sinclair, una ragazza di 21 anni con difficoltà nei rapporti famigliari, incontra accidentalmente nella sua casa di campagna nel Devon l'editore Innes Kent, londinese, rimasto in panne con la propria auto e in cerca di aiuto. I due si lasciano con l'invito, da parte dell'intraprendente Innes, a raggiungerlo nella capitale per cambiare vita radicalmente.
Questa è la premessa di La mano che teneva la mia, il bel romanzo di Maggie O'Farrell, nata in Ulster nel 1972 ma trasferitasi in Scozia prima e in Inghilterra poi, e autrice di pregevoli opere come The Distance Between Us (2004), che ha vinto il Somerset Maugham Award, e di The Vanishing Act of Esme Lennox (2006).
La scena, dopo questa apertura sulla noiosa vita di campagna di Lexie, si sposta quindi a Soho, nel cuore della vita artistica londinese, tra pittori e intellettuali (da Francis Bacon a Lucien Freud a John Deakin) che ruotano intorno alla rivista «Elsewhere», diretta dallo stesso Innes. La ragazza ha chiuso col passato e ha davvero raggiunto l'editore – molto più anziano di lei – divenendone, ovviamente, l'amante. Trasferitasi alla rivista come tuttofare, inizierà a poco a poco una promettente (e pionieristica) carriera di giornalista d'arte, passando poi, dopo la chiusura di «Elsewhere», ad altre testate, anche più prestigiose.
Ma O'Farrell, a questo punto, costruisce accanto alla vicenda di Lexie e di Innes una storia parallela, aprendo la narrazione ad un'altra coppia, l'artista di origine finlandese Elina e Ted, montatore cinematografico, da poco sposati e con un figlio appena nato.
Anche qui siamo a Londra, ma ai tempi nostri, con uno scarto di sessant'anni, e vediamo che i protagonisti si muovono nello stesso contesto dei loro predecessori, tant'è che Ted frequenta il pub Lagoon collocato nel luogo in cui si trovava la sede di «Elsewhere». Inizia così, attraverso una serie di flash back, un gioco di incastri tra i quattro protagonisti.
Da un lato, infatti, assistiamo alla scelta autonomista di Lexie, che non convive con Innes e, dopo la sua improvvisa morte, fa un figlio con Felix, un inviato di guerra assai poco attento alla paternità. Dall'altro ci viene raccontato la shock post-parto di Elina, con le sue paure e le sue allucinazioni che si scontrano con i vuoti di memoria di Ted, ossessionato dal proprio passato infantile. L'unione fra le due vicende ruota proprio intorno al rapporto delle donne coi rispettivi figli, che ha come sfondo la vita londinese di ieri e di oggi. Fino ad arrivare ad un ulteriore, risolutivo, collegamento fra di loro, legato proprio alle inquietudini di Ted, che è alla ricerca della vera madre, di cui non sa nulla.
E qui il romanzo fa un salto di qualità accattivante, sciogliendo dubbi e inquietudini, sorti dopo la scomparsa per annegamento di Lexie, il vero anello di congiunzione tra le due storie.
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Maggie O'Farrell, La mano che teneva la mia, traduzione di Valeria Bastia, Guanda, Milano, pagg. 380, € 18,50

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