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Questo articolo è stato pubblicato il 26 febbraio 2012 alle ore 08:18.
Quello che è capitato a Giovanni Lilliu è il sogno più bello di ogni archeologo. Lui, morto la scorsa domenica, all'età di 97 anni, aveva avuto la fortuna e la bravura di realizzarlo. Era nato a Barumini nel 1914. E, sui 40 anni, aveva intuito che quella strana montagnola, che aveva sempre visto nel suo paesetto, celava qualcosa. Nel 1951, sotto trenta metri di terra da lui scavati, era emerso il più bel complesso nuragico della Sardegna, un gioiello costruito 1500 anni prima di Cristo da una misteriosa popolazione che abitava l'isola già da 2000 anni e non aveva lasciato tracce scritte. Solo piccole statuine di bronzo, scarse testimonianze di vita, e, appunto, centinaia di nuraghi, una costruzione mai vista e fatta da nessun'altra parte del mondo.
Ecco: Giovanni Lilliu quel mondo nuragico lo conosceva più di tutti gli altri. Ne intuiva la bellezza, la forza, e persino l'estrema, muta, poesia. Simbolo di un popolo sopraffatto dalla storia e forse ignoto al mondo, se non fosse stato anche per la sua opera. Di scavo e scrittura. Quando l'Unesco, nel 2000, mise «Su Nuraxi», il suo nuraghe, nel patrimonio dell'umanità, con Macchu Picchu o Pompei, quella storia aveva avuto un senso. Lilliu era partito da quel "senso" per essere intellettuale impegnato nel senso alto del termine; politico, preside di facoltà, accademico dei Lincei ma anche studioso pronto al dialogo nelle scuole elementari. Aveva elaborato una teoria scientificamente discutibile come la «costante resistenziale sarda» ma non aveva mai fatto mancare la sua voce potente di intellettuale (quella reale era mite e dolce) sulle questioni più spinose del l'archeologia, della storia e dell'attualità sarde. I successi e le medaglie che aveva raccolto in una straordinaria carriera non gli avevano tolto la semplicità e l'umiltà della ricerca. Amava raccontare l'emozione di quando scoprì nel 1974, con Enrico Atzeni, i Giganti di Monti Prama, enormi statue di epoca nuragica in arenaria, di inspiegabile e magnetica bellezza. Gli piaceva parlare e difendere il sardo e non aveva timore di ammettere, lui, che sui nuraghi non sapeva abbastanza. Non sapeva come li avevano costruiti, dubitava sul perché ma condannava le ipotesi troppo fantasiose. Credeva nel lavoro, nella scienza, nel l'ascolto degli altri. Non aveva perso il sorriso di un bambino che aveva realizzato un sogno.
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