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Questo articolo è stato pubblicato il 18 marzo 2012 alle ore 15:25.
Rinascerà in Italia un'autentica cultura musicale? Un tempo si proclamava che una nazione si riconosce nella propria musica, purché sia musica alta e forte: così pensavano Verdi e Wagner, questo sentivano Chopin e Liszt, questo affermava, di Elgar, T.S. Eliot, questo avevano in mente Gade, Glinka, Musorgskij, Smetana, Grieg, Sibelius.
Oggi dovremmo sentire una più terribile responsabilità: radicare in Italia la musica forte significa rappresentare in Italia una comune civiltà. Ma come e a chi lasciare questa eredità? Sei mesi fa si parlava dei giovani orchestrali pieni di energia progettuale, e di platee di soli anziani. Per chi, in futuro, quei giovani faranno musica?
Ragioni di sconforto e d'indignazione sono innumerevoli. Ma se cooperano gli sforzi di tutti (la musica è un bene comune: è il tema di un convegno a Roma l'11 e 12 aprile), l'esperienza ci gratifica. Si ripete noiosamente da vent'anni che i teatri d'opera sono relitti del passato, che non attraggono più pubblico, soprattutto giovane. Perciò, se ne mantengano due o tre in tutto, e si risparmi all'osso chiudendo tutti gli altri. Ascoltando simili scellerate sciocchezze, vediamo i teatri d'opera traboccanti. È in corso il doloroso psicodramma del "Petruzzelli", da poco ricostruito: intoppi politici e burocratici lo bloccano senza che si scorga una via d'uscita.
La settimana scorsa eravamo a Firenze: a Palazzo Vecchio ci ha circondato una piccola folla di ragazze e di giovani, giunti da Bari. Erano pieni di rabbia e di dolore: «Ce lo hanno "incendiato" di nuovo, il nostro Teatro!». E per il loro Teatro chiedevano aiuto, sostegno. Chi li aveva educati a non poter rinunciare al teatro d'opera, a pretendere che in Italia viva la musica forte? Semplice. All'Università di Bari esistono docenti che cooperano con le istituzioni musicali, cominciando finalmente a smentire l'immagine dell'accademico italiano privo di cultura musicale.
Più volte li abbiamo visti alla prova. Basta poco per essere sulla via giusta. A Firenze era in atto un festival dedicato a Johann Sebastian Bach, con un afflusso di giovani inimmaginabile: difficile contare gli ascoltatori tra i 16 e i 25 anni, affascinati dalla presentazione di un esoterico libro di Hans-Eberhard Dentler sull'Offerta Musicale, e divenuti schiacciante maggioranza del pubblico a mezzanotte, per un'esecuzione integrale dell'Arte della Fuga diretta da Mario Ruffini. Il segreto di quell'esito? Semplice, anche qui. Il Comune di Firenze aveva dato grande risalto all'iniziativa di Ruffini, ideatore del Festival con mezzi parsimoniosissimi, e aveva rimosso con intelligenza gli ostacoli burocratici all'uso dei locali e i limiti d'orario. Una maratona ininterrotta, in cui un fitto programma bachiano era stato interamente eseguito da molti fra quei giovani, aveva dimostrato quanto sia entusiasmante, nella musica, un ricambio di generazione.
Certo: concordia, intesa tra istituzioni che di solito si lanciano veti incrociati. Intanto, dovremmo aver capito che i giovani e giovanissimi sono pronti a difendere i nostri massimi loro beni culturali che tra poco apparterranno a loro.
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