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Questo articolo è stato pubblicato il 18 marzo 2012 alle ore 08:16.

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Dei circa mille arazzi superstiti della collezione della corte dei Medici-Lorena a Firenze, che appartengono al Polo Museale Fiorentino e costituiscono la terza raccolta di tali manufatti a livello mondiale, pochissimi sono visibili, da più di venticinque anni.
Le memorabili mostre medicee del 1980, quando i più antichi arazzi fiorentini già del guardaroba dei granduchi, quelli del XVI secolo, furono temporaneamente ricollocati nelle sale e sulle pareti di Palazzo Vecchio per le quali erano stati fabbricati, a manifestare l'importanza primaria che i Medici assegnavano ai parati istoriati nel sistema decorativo del palazzo e come veicoli di propaganda figurativa, coincisero con la definitiva presa d'atto che l'uso defatigante cui essi erano sottoposti da oltre un secolo – cioè dal quinquennio di Firenze capitale (1865-1870) in poi – non poteva continuare. Giganti fragili, gli arazzi patiscono la luce, la tensione che deriva dall'essere appesi o trasportati, le condizioni ambientali sbagliate, le tarme: la raccolta nel suo insieme era giunta a un punto di degrado già in parte irrecuperabile, che era necessario bloccare. Inevitabile la decisione di ritirare tutti gli arazzi dai musei e dagli edifici pubblici e di ricoverarli in un magazzino impiantato a Palazzo Pitti, con un programma di manutenzioni e restauri che – già si sapeva – si sarebbe sviluppato lentamente, dati i tempi lunghi e i costi dei lavori, mentre qualche esposizione avrebbe mostrato via via piccoli nuclei di opere salvate o da salvare. Così ad esempio, nel 2006, una piccola selezione di arazzi danneggiati e in attesa di restauro veniva esibita agli Uffizi come «patrimonio da non dimenticare» (e altre mostre analoghe, preziose e utili, sono state allestite prima e dopo). Mentre lo scorso anno, con la monografica di Bronzino a Palazzo Strozzi, si sono riviste le magnifiche Storie di Giuseppe tessute a Firenze nel 1545-1553 da Rost e Karcher sui cartoni dell'artista, finalmente restaurate, la cui strepitosa bellezza faceva impallidire perfino i più celebrati ritratti bronziniani: possiamo immaginare che essa costituisse una prima occasione, per tanti giovani (e meno giovani) che poco sanno degli arazzi fiorentini e degli arazzi in genere, per venire a contatto con la sublime grandezza delle antiche tappezzerie di prima qualità.
Il rischio dell'immagazzinamento generalizzato e prolungato di una raccolta di arazzi come la fiorentina, la cui ampiezza ed eccellenza è rivelata dalla titanica catalogazione in corso da parte di Lucia Meoni (si attende il terzo volume delle sue sistematiche ricerche), è infatti che la salvezza fisica dei manufatti riposti provochi, come contropartita negativa, la perdita della coscienza collettiva del sommo valore della collezione e l'oblio di un intero settore della storia dell'arte, con conseguenze nefaste sul piano culturale, che poi ricadrebbero anche su quelli, l'operativo e il finanziario, necessari per la sua salvaguardia. Si deve evitare che il «patrimonio da non dimenticare» scivoli nel limbo del "dimenticato". Già qualche anno fa sollevammo il problema da queste pagine, suscitando qualche risposta risentita da Firenze, dove la questione del salvataggio materiale era avvertita come più pressante rispetto a quella dell'eclissi culturale. Ora si fa avanti un nuovo ordine di pensieri, dal momento che è il direttore degli Uffizi, Antonio Natali, a porre l'interrogativo se, tra gli estremi dell'esposizione ininterrotta e dell'immagazzinamento senza prospettive, non sia preferibile una terza via, «vale a dire un'esposizione degli arazzi per brevi periodi e a rotazione, sempre naturalmente in condizioni d'illuminazione e di microclima tarate sull'esigenze della conservazione».
Questa conclusione, che è un programma e un impegno, tocca i cinquantaquattro arazzi fiorentini e fiamminghi di provenienza mediceo-lorenese (una parte dei mille) che ornavano i corridoi degli Uffizi, nel 1987 tutti ritirati e immagazzinati a Pitti ma dal 1999 rientrati agli Uffizi, sia pure in un deposito, e sottoposti progressivamente a manutenzione; l'intenzione è quella di riesporli in condizioni di salvaguardia, entro sale del piano terreno del museo il cui approntamento è in corso, ma la cui apertura non sarà immediata e necessita ancora, come i restauri, di finanziamenti: per stimolare i quali, occorre che l'attenzione sugli arazzi si riaccenda. Per questo una parte di quei manufatti – diciassette pezzi – viene ora presentata agli Uffizi in una mostra intitolata «La galleria degli arazzi. Epifanie di tessuti preziosi», a cura di Giovanna Giusti, che oltre a proporre sceltissimi manufatti cinquecenteschi tessuti a Firenze e a Bruxelles, schedati nel catalogo da Lucia Meoni e Grazia Badino, richiama l'attenzione dei visitatori sul degrado degli arazzi e sulla difficoltà di porvi rimedio, proponendo, gli uni accanto agli altri, pezzi restaurati e non, e offrendo la possibilità di confrontare i vivi colori originari sui rovesci delle opere, non offesi dalla luce, con quelli, più sbiaditi, delle facce anteriori.
Tra gli arazzi brussellesi, oltre alla plastica e italianizzante Partenza di Giacobbe da disegno di Bernard van Orley e a un panno tratto da una Storia di Annibale la cui scena si proietta in un panorama profondissimo, spiccano tre elementi delle famose Feste dei Valois (1575-1582) disegnate da Antoine Caron, illustranti ritratti, tornei e feste di corte del tempo della reggenza del regno di Francia da parte di Caterna de' Medici, la vedova di Enrico II, cui la serie appartenne e che pervenne in Toscana come dote della nipote Cristina di Lorena, sposa di Ferdinando I de' Medici. Quanto alle opere delle manifatture fiorentine, si constata ancora una volta che esse non patiscono affatto il confronto con quelle eseguite dai peritissimi artefici di Bruxelles; non solo perché erano in parte brussellesi gli arazzieri attivi a Firenze e fiamminghi i cartonisti, ma per effetto di una coltivata originalità che si esprimeva sul piano figurativo, nell'esibito linguaggio manieristico disceso da Michelangelo, Pontormo, Bronzino e Salviati, e su quello esecutivo, nella paletta cromatica adottata, più acida, cangiante e varia. Originali naturalmente anche i contenuti, dal momento che gli arazzi dovevano celebrare Firenze e il potere mediceo. Ecco perciò, nelle Storie fiorentine (1563-1564) da cartoni di Federigo Sustris (un panno è esposto), un gran pieno di figure avvitate e danzanti richiamare le remote e peculiari origini etrusco-romane della città, onde esaltarne il primato. E nelle Cacce di Poggio a Caiano (1566-1582) da cartoni di Giovanni Stradano e Alessandro Allori – ne sono presentate due – cacciatori di esuberante muscolarità cimentarsi in una sfrenata versione della nobile ars venandi, in una natura toscana pullulante di prede. La mostra si chiude su tre sognanti arazzi della Passione di Cristo (1589-1616), tessuti da Guasparri Papini su cartoni di Allori e del Cigoli: panni suscitati dal fervore religioso del granduca Ferdinando I, impreziositi da una quantità esorbitante di scintillanti filati aurei come mai più i committenti e gli arazzieri fiorentini avrebbero potuto impiegare nelle loro creazioni.

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