Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 19 marzo 2012 alle ore 11:18.

Marina AbramovicMarina Abramovic

di Ada Masoero
A un'artista come lei – del suo valore, del suo coraggio, della sua fama – si sarebbe anche disposti a perdonare un po' di sussiego; un tono condiscendente, perfino annoiato. Invece, quando con Marina Abramovic´ entriamo nella piccola sala riunioni del Pac e troviamo il tavolo ancora ingombro dei resti di un frettoloso caffè collettivo, è lei, precedendo tutti, a preoccuparsi di far spazio, spostando le tazzine sporche. Comincia così con un gesto di sollecitudine e di "accoglienza" – e si chiuderà con un abbraccio– una conversazione intensa, in cui lei si metterà in gioco senza riserve. Tutta la sua arte del resto, ma anche il suo modo di relazionarsi con gli altri nella vita reale, può essere iscritta alla voce "empatia": un dono naturale, certo, come l'innata capacità di stare in scena, poi coltivato tenacemente però, fino a fare di se stessa la regina indiscussa, carismatica e ovunque citata della performance. Ma di una forma speciale di performance, fortemente relazionale, fondata in primo luogo sullo scambio di emozioni e di energia con il pubblico: «È questo l'Abramovic´ Method – dice – ed è il frutto di 40 anni di esperienza: ho capito che senza pubblico la performance non ha nemmeno ragione di esistere; che ogni performance scaturisce dalla simbiosi, dall'alchimia che si crea tra performer e pubblico. Perché è il pubblico a completare l'opera, grazie a un processo di condivisione e di reciproco apprendimento».

Eppure Marina Abramovic´ aveva iniziato da pittrice, nell'ex-Jugoslavia dove viveva. Anche perché le scuole d'arte, nella seconda metà degli anni Sessanta, non contemplavano altro che i media più tradizionali. Come si è avvicinata, dunque, a queste forme espressive così radicali, così diverse, per di più vivendo isolata oltre la Cortina di ferro? Risponde (questa volta in italiano, e con un sorriso): «Mi sentivo la prima donna a camminare sulla Luna...». Poi si fa seria: «Era molto difficile, perché dovevo lottare contro tutti: la società, la scuola, la famiglia. All'inizio nemmeno sapevo che esistessero queste forme d'arte. Poi la direttrice del Centro studentesco che frequentavo (lo Studentski Kulturni Centar di Belgrado, diretto dalla figlia di un importante uomo politico, libera perciò di uscire dai confini, ndr), che viaggiava molto, iniziò a tenerci informati. E ben presto organizzammo noi stessi dei festival invitando a Belgrado artisti stranieri: vennero Jannis Kounellis, Luigi Ontani, Joseph Beuys...».

Erano i primissimi anni Settanta, ma già dal 1968-1969 lei aveva ideato progetti che prevedevano materiali eterodossi, senza però poterli realizzare per le difficoltà pratiche in cui si imbatteva. Riuscì a farlo solo con quelli, smaterializzati, che si fondavano sul suono. Tuttavia, ripete convinta, «presto mi fu chiaro che la performance era il medium che mi era più congeniale. E iniziai a usare il corpo». Ma perché tanto dolore, tanta crudeltà verso se stessa, fino a rischiare più d'una volta la vita? C'è chi ha suggerito che queste pratiche estreme avessero a che vedere con le lacerazioni del suo Paese: «No – ribatte lei decisa – per me era importante solo fare ricerca. E poiché allora la performance si identificava con la Body Art, dovevo capire come fosse fatto il corpo. Andai ad assistere a operazioni chirurgiche: operazioni lunghissime, sul cervello, sul cuore. Volevo vedere cosa accadeva quando si apriva un corpo e mi accorsi che si usavano seghe, lame, gli stessi strumenti che si utilizzano per costruire un tavolo. Decisi allora di servirmi del mio stesso corpo e di usare il sangue come colore, le lamette come pennelli. C'era il dolore fisico, certo, ma ciò che contava per me era il messaggio».

Commenta la notizia

Ultimi di sezione

Shopping24

Dai nostri archivi