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Questo articolo è stato pubblicato il 16 aprile 2012 alle ore 11:10.

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Il bel bandito Luc Merenda, nella scena finale de La Città Sconvolta di Fernando Di Leo correva come un forsennato dentro il Luna Park delle Varesine. La Coney Island italiana. Milano, alba dei Settanta. Gran posto. Di quel posto, delle Varesine, conservo una precisa memoria estiva: l'ottovolante, la pista di legno per i go-kart, i cespugli equivoci. A Milano c'erano la Pirelli e l'Alfa. Ma ora siamo nel tramonto postmoderno, quello della definitiva riconversione delle grandi aree dismesse. Ed è come se qui fosse passata la guerra.

Da due anni faccio il pendolare tra Roma e Milano. Ogni volta che ci torno, ogni maledetta settimana, ogni corsa del taxi che dalla Centrale mi porta verso zona Procaccini, alzo il naso, guardo le torri che crescono a Porta Nuova e provo a dar forma allo straniamento.
Che succede nella Milano d'inizio secolo? Mi dicono che si tenta di dare alla città un polo strategico nel tessuto urbano, una riqualificazione che sia naturale sviluppo dei quartieri esistenti. Non mi pare che le cose vadano in questa direzione. E non lo dico per criticare, perché lo sforzo in atto è innegabile. Solo che, più che un polo strategico, mi pare si stia allestendo una rappresentazione di forme e di forze.
Un travolgente impegno di disegno e concetto affinché Milano riempia l'imprevisto vuoto che da vent'anni ne corrode la biografia, il buco della fine dell'industria manifatturiera, lo svuotamento delle fabbriche, la desertificazione delle aree industriali, lo sbigottimento per la sparizione del fine comune: alzarsi e produrre, ordinatamente e dinamicamente, in un sistema in crescita che non conosceva ostacoli e avanzava con magnifica dotazione intellettuale di supporto, una "fureria" di pensatori e risolutori estetici e funzionali che attribuivano all'avventura la dimensione di un'epopea.

Nel suo progresso, nella ridefinizione urbanistica, nella strutturazione dell'accoglienza degli numeri eccezionali in arrivo – i due milioni di milanesi toccati prima della smobilitazione – in questa declinazione d'inedita italian way of life votata al successo, fatta di determinazione, strategia e perfino genio, in questo progresso generalizzato, c'erano errori e aggiustamenti, ma c'era soprattutto l'interdipendenza tra la città fisica e l'idea che di essa avevano i suoi promotori e utilizzatori. Era un sintomo di naturale potenza: la novecentesca Milano dei milanesi, nella frenesia e turbolenza della sua crescita, era una condivisione perenne.
Risultato: un impatto impressionante, la formidabile descrizione degli spiriti italiani del momento, borghese, proletario, aristocratico, perfino sottoproletario – compenetrati in un sistema funzionante. Un laboratorio quotidiano.

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