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Questo articolo è stato pubblicato il 05 maggio 2012 alle ore 13:23.

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Qualcuno sostiene che il 5 ottobre 1962 sia stato il giorno in cui cominciarono gli anni Sessanta. E almeno per quanto riguarda l'Inghilterra non ha tutti i torti: quel piovoso venerdì dell'autunno di cinquant'anni fa nei negozi di dischi uscì «Love me do», singolo d'esordio dei Beatles, e nelle sale cinematografiche «Licenza di uccidere», il primo film della serie di 007.

Sarà perché il 2012, complici le Olimpiadi di Londra, si preannuncia come un anno molto «British», ma gli anniversari in questione non passeranno certo inosservati. Nel caso di colui che risponde al nome di «Bond, James Bond», la ricorrenza è addirittura doppia: nell'inverno del 1952 - ossia sessant'anni fa - Ian Fleming, ex spia della marina britannica convolato a nozze con la contessa Rothermere Charteris, trovò un curioso diversivo all'ozio della vacanza trascorsa nella sua tenuta in Giamaica infilando un foglio nella macchina da scrivere e inventandosi il personaggio più celebre dello spionaggio letterario e cinematografico.

Carte, sigarette e Martini. Un anno più tardi uscirà «Casino Royale», il primo romanzo dei 14 a sua firma dedicati all'agente britannico con licenza di uccidere, lo stesso che qui in Italia Adelphi ripubblicherà a breve. Anzi: a volerla dire tutta la casa editrice milanese specializzata in letteratura di qualità farà uscire un tomo dietro l'altro l'intero corpus di Fleming. Esauritasi infatti la vena aurifera dell'opera omnia di Georges Simenon e del suo inossidabile commissario Maigret, pare che Fleming e Bond siano i «cavalli di razza» sui cui puntare con decisione per ripeterne il successo. Come risponderà il pubblico? Difficile pronosticarlo. Accontentiamoci di questo: la saga di 007 è letteratura di genere con la maiuscola. Che, oltre all'azione e ai meravigliosi intrecci di trame rosse e nere più o meno occulte del cattivissimo di turno, ci restituisce sublimi ambientazioni. Fatte di partite di baccarat, sigarette fumanti e Martini on the rocks. E di ragazze dal bikini bianco e il pugnale a portata di mano come Ursula Andress.

Ventidue pellicole esplosive. Giusto per gradire, per fine ottobre di quest'anno è dato in uscita anche «Skyfall», ventitreesimo film della saga e terzo interpretato dal glaciale Daniel Craig, nobilitato dalla regia di mister «American Beauty» Sam Mendes. Perché il cinema resta il vero detonatore che, nell'arco dell'ultimo mezzo secolo, ha fatto brillare nell'immaginario collettivo occidentale il personaggio di Bond. Muovendo un bel po' di quattrini: a fare due conti, i 22 capitoli finora usciti hanno richiesto un budget di produzione di oltre un miliardo di dollari. Soldi andati in profumati cachet di divi, effetti speciali sempre pionieristici e location suggestive scovate da un capo all'altro del pianeta. Sforzi ampiamente ripagati, se consideriamo che l'incasso complessivo delle opere in questione si aggira intorno agli 11,7 miliardi di dollari.

Il più costoso di tutti è «A quantum of Solace» del 2008, l'ultimo uscito fino a questo momento, giusto un anno prima che la grande crisi si abbattesse anche sugli studios hollywoodiani. Solo un milione di dollari invece per il primo «Licenza di uccidere», capitolo meno costoso in assoluto. A guardare gli incassi, meglio di tutti ha fatto «Thunderball: operazione tuono», quarta interpretazione dell'eterno Sean Connery, con ben 924,7 milioni racimolati in giro per il mondo. Flop storico fu «Vendetta privata» del 1989, seconda (e ultima) prova dello sfortunato Timothy Dalton.

I sei volti di Bond. E alla fine qualsiasi discorso intorno al Bond cinematografico tende a tradursi inevitabilmente in una disquisizione più o meno dotta sui sei volti che ha avuto sul grande schermo. A partire da Connery, inarrestabile in «Licenza di uccidere», ammiccante in «Dalla Russia con amore», acrobatico in «Goldfinger». Passando per Roger Moore, quel bravo ragazzo spumeggiante di «Vivi e lascia morire», così convincente da essere riuscito a indossare lo smoking d'ordinanza per sette pellicole, una in più del sommo Sean. Da dimenticare la breve parentesi anni Ottanta di Dalton che, invece, non convinse mai. Sbruffone al punto giusto Pierce Brosnan che nei Novanta è stato bravo a rivitalizzare un personaggio che, per sommo godimento della Spectre, sembrava spacciato. In gran spolvero l'ultimo Craig che di soddisfazioni se ne sta togliendo e ce ne sta facendo togliere. Curiosità da almanacchi George Lazenby, interprete del sottovalutato «Al servizio segreto di Sua Maestà». Bella pure la parodia Sixties di «Casino Royal», con un memorabile Peter Sellers. A ciascuno il suo, per tutti mezzo secolo visto passare in fretta. Attraverso i vetri di un'accessoriatissima Aston Martin Db5.

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