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Questo articolo è stato pubblicato il 27 maggio 2012 alle ore 08:18.

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Mentre si snoda lentamente l'edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci (da poco è in libreria il tomo II dell'Epistolario, dedicato al 1923 e al periodo moscovita), il dibattito sopra la figura del dirigente sardo sembra quanto mai vivace se non addirittura elettrico. Le posizioni sono diverse, molte però di tono revisionista: quasi che una ulteriore leva di studiosi stia incaricandosi di innovare senza più reticenze la storiografia relativa a Gramsci e per questa via al maggiore partito operaio italiano. Si vedano i contributi in questa pagina.
Entro un quadro tanto mosso, Luciano Canfora introduce una pennellata personalissima, soprattutto da individuare nel cauto comporsi di due atteggiamenti diametrali: egli è certamente filologo severo e talora spietato circa l'opera dei colleghi, degli uomini di dottrina che consentirono la trasmissione del lascito gramsciano; ma si mostra altrimenti problematico (se non distensivo) a fronte di temi politici o quando offre riflessioni sul passato più prossimo. Insomma una specie di Giano bifronte, capace di botte sonore e di spunti equanimi, dai quali la comprensione storica sembra trarre vantaggio.
Anch'egli basa il discorso su ipotesi, o su aggiustamenti di ipotesi, però molto documentate e tali da incrementare fuor di dubbio le conoscenze correnti. Il suo ultimo libro, Gramsci in carcere e il fascismo, desta anzitutto alcuni quesiti riguardo a una coppia di protagonisti ambigui: da un lato Ezio Taddei, ex-anarchico e livido denigratore di Gramsci dietro le sbarre, poi, nel dopoguerra, romanziere di area neorealista e rigorosamente allineato alla strategia di Botteghe oscure. Dall'altro lato giustappunto Grieco, a capo del partito dopo l'arresto di Gramsci, tra 1927 e 1928, e ancora in posizione di responsabilità presso il Centro estero di Parigi nel biennio 1936-1937, quando il regime mussoliniano, forte dell'impresa africana, sta godendo in patria del massimo consenso.
Di Taddei, lo studioso barese demolisce la farragine autobiografica disposta opportunisticamente in una moltitudine di testi. Lo chiama «mentitore», «provocatore», «mercenario impegnato»; o magari, con il consueto bilanciamento ipotetico, «perfettamente insipiente e largamente narcisista». In ogni caso incline a una pubblicistica per tanta parte falsa e delatoria, al tempo dell'esilio a Parigi e ancora dopo, nel 1937, sul foglio newyorchese «L'Adunata dei refrattari». Una pubblicistica di cui sarebbe difficile accertare il significato omettendo l'opera di infiltrazione predisposta dagli agenti del Duce: in quel torno di anni, assicura Canfora, «l'Unione anarchica italiana in particolare è totalmente in mano alla polizia fascista». Né vale a Taddei la conversione del dopoguerra, quando su impulso di Ambrogio Donini e con gli auspici entusiasti di Calvino riesce a pubblicare da Einaudi un romanzo come La rotaia: «Si potrebbe, senza esagerazione, osservare che il libro è repugnante», sbotta nuovamente il filologo.
Più ragionato, ma non meno duro, è il suo giudizio riguardo a Grieco, di cui si ripercorre con acribia archivistica la vicenda della famosa lettera. In un precedente studio (Una storia falsa, Rizzoli 2008), la tesi affacciata dal classicista barese propendeva per una aperta manipolazione a cura degli agenti Ovra. Ora lo scenario è più fosco: Grieco avrebbe scientemente cercato di danneggiare Gramsci (e Terracini e Scoccimarro, con altrettante missive), in quanto pedina alle obbedienze del regime e del relativo apparato spionistico-repressivo.
Un ulteriore indizio condurrebbe d'altronde su questa pista, l'imbarazzante Appello ai fratelli in camicia nera che Grieco elabora nell'agosto del 1936 sulle colonne del periodico «Lo Stato operaio». Qui la prassi "entrista" del leader foggiano attinge un estremo di spregiudicatezza sospetta, proponendo al Pci clandestino di far proprio il programma mussoliniano del 1919 siccome libertario e antiborghese. Siamo in epoca di fronti popolari, in Francia, in Spagna, puntualizza Canfora, e il gesto di Grieco rappresenta «una inspiegabile sortita in controtendenza, e di apertura incontrollata al fascismo»; un gesto di cui, goffamente, con scarsi argomenti, egli dovrà dar conto anche dinnanzi a una commissione istituita presso il Comintern, a Mosca, due anni più tardi.
Solo a questo punto, invero, il libro di Canfora trova il suo cuore specialistico. Giacché Gramsci in carcere mai si è scordato della lettera di Grieco, fonte per lui di durevoli rancori e prostrazioni, che traspaiono in più di una missiva alla cognata Tania Schucht, particolarmente tra 1931 e 1933. L'aspetto di inchiesta documentaria, a cui il volume si era consegnato per tanta parte, travasa così nella recensio paziente che il filologo barese offre dell'epistolario di prigionia nelle successive edizioni e scelte antologiche, 1947, 1964, 1965, 1997, pronte ad accogliere via via testi sino ad allora dichiarati perduti o indisponibili.
La lettera di Grieco, e il suo riflettersi negli scritti di Gramsci, costituisce agli occhi di Canfora un «problema pesantissimo», un dubbio di infiltrazione ai massimi livelli del Partito che non può essere vagliato subito e con parole aperte. Sorge di qui il «processo storiografico pilotato che caratterizzò il Pci negli ultimi anni di vita di Togliatti e negli anni subito successivi». Vi collaborarono personalità molteplici e in funzione diversa: da Piero Sraffa, l'economista di Cambridge che filtra verso Togliatti le copie elaborate da Tania; per non dire di dirigenti come Mauro Scoccimarro, a cui, in mortem, spetta di celebrare l'incerta figura di Grieco («Rinascita», gennaio 1956), sino a Giorgio Amendola, che dieci anni più tardi concepisce una prefazione «curiosamente apologetica» per gli Scritti scelti dello stesso Grieco (a cura di E. Modica, Editori Riuniti).

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