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Questo articolo è stato pubblicato il 27 maggio 2012 alle ore 08:17.

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In Occidente la questione del male e della sua origine ha tormentato il pensiero filosofico e teologico almeno dai tempi di Platone e di Agostino. Eppure la chiave per rivelarne alcuni enigmi è fornita in età moderna soprattutto dalla letteratura: da I demoni e da I fratelli Karamazov di Dostoevskij fino a Se questo è un uomo e Sommersi e salvati di Primo Levi.
I temi elaborati da questi due scrittori s'intrecciano nell'ampio e profondo libro di Simona Forti con le riflessioni e le esperienze di diversi altri autori (Kant, Schelling, Nietzsche, Freud, Heidegger, Arendt, Lévinas, Foucault e Patocka) in un crescendo d'integrazione di testimonianze e idee che prelude a una soluzione originale.
L'autrice è consapevole della difficoltà di ragionare sul male con armi concettuali ormai spuntate e argomenti moralistici che non prendono sul serio la complessità, l'ambiguità e la ricchezza di sfumature delle sue manifestazioni. Come iniziale mossa teorica, si abbandonano perciò le radicate convinzioni che lo riducono a un'autonoma sostanza (magari personificata nel Maligno) o, al contrario, a un non-essere in senso platonico. Lo si lega invece, in maniera apparentemente paradossale, alla difesa della vita, la quale, una volta assolutizzata, produce il male, come accadde, ad esempio, durante il nazismo, quando la difesa della razza ariana dai "parassiti" dell'ebraismo promosse lo sterminio di milioni di uomini, trasformando la biopolitica in tanatopolitica.
Lo scandalo del male non consiste, dunque, nell'essere legato al nichilismo, alla mera distruttività o alla morte e neppure, secondo il «paradigma Dostoevskij», a un dualismo che contrappone «demoni malvagi» e «vittime assolute»: «Il male è un sistema, nel senso di un intrico di soggettività, di una rete di relazioni, le cui maglie si stringono per la complementarietà perfetta di attori e ideatori malvagi (pochi), di esecutori zelanti e convinti (anch'essi pochi) e di spettatori acquiescienti, non semplicemente indifferenti (tanti)».
Il male non è quindi eccezionale, è normale, ma non banale. Già ne I fratelli Karamazov il diavolo non compare tra tuoni e lampi in una atmosfera sulfurea, è un essere mediocre, raffreddato e affetto da reumatismi. Come ha scritto Primo Levi in Sommersi e salvati, rettificando in parte Se questo è un uomo, sono uomini non solo le vittime, ma anche i carnefici. Si tratta di uomini ordinari, «che hanno seguito calcoli e passioni che troviamo, e ritroveremo sempre, in ogni relazione di potere». Pochi sono i sadici, molti i frustrati e coloro che subiscono la fascinazione degli oppressori.
Tra le tante testimonianze di rilievo contenute in questo volume merita di essere segnalato il rinvio a un testo pochissimo noto. Si tratta del Colloquio serale in un campo di prigionia in Russia tra un prigioniero più giovane e uno più anziano, del maggio 1945. In esso Heidegger (che aveva due figli prigionieri in Russia, Jörg e Hermann) parla in maniera meno reticente del solito del male e della «devastazione». Non li considera risultato della guerra, ma l'occasione per il loro manifestarsi come "evento", ossia come processo collettivo, intersoggettivo in cui si scontrano forze oggettive. Mettendo tra parentesi il suo desiderio di assolvere la Germania nazista dalle proprie responsabilità e il linguaggio astruso che attribuisce la malignità (Bösartigkeit) all'Essere, resta degno di attenzione l'accento posto sui meccanismi impersonali che producono il male.
Soggettivamente, peraltro, il male scaturisce dalla rinuncia da parte di molti alla propria facoltà di giudicare e di distinguere in proprio le ragioni dell'obbedienza o del rifiuto del comando. Per antica tradizione, il giudicare è considerato un atto di superbia, che nel cristianesimo è legato all'idea che ogni autorità viene da Dio. Foucault, qui citato, ricorda, a tal proposito, la Regola di san Benedetto, che descrive i monaci ambulantes alieno judicio et imperio, sempre desiderosi che qualcuno li comandi. Del resto, il giudicare è il «primo peccato commesso dai nostri progenitori, il peccato della disobbedienza» quale «vettore del male politico, quale sua efficace cinghia di trasmissione». Eppure, secondo Simona Forti, il potere in se stesso non è un male se non quando si cristallizza, impedendo così la sua circolazione anche in altri soggetti che possono, a loro volta, contrastarlo, condividerlo o mitigarlo.
Alla radice del male (ed è questo uno dei punti salienti del libro) vi è il mancato riconoscimento della compresenza del bene e del male nell'individuo. Ciò spinge la cattiva coscienza a considerare il male come una sostanza esterna e a dimenticare che anche la repressione degli istinti, su cui il bene morale si basa, è frutto di violenza («l'imperativo categorico puzza di crudeltà», diceva Nietzsche). Il male nasce, di conseguenza, dal rifiuto del soggetto «di accettare come propria e ineliminabile la spinta all'aggressività, alla distruzione, alla negazione», dalla pretesa di scegliere il bene una volta per tutte e di cancellare il male. È sulla struttura della soggettività che bisognerebbe operare per incidere sul male, diventando soggetti che si interrogano «in maniera spietata sulla propria conflittualità interna».
Nelle odierne società democratiche non dominano i «demoni assoluti», ma il conformismo e il perseguimento opportunistico dei propri piani di vita da parte degli individui: «Se è tramontata l'assolutizzazione della vita come valore di un'entità collettiva – etnia, popolo, razza – il suo posto è stato preso dall'imperativo di massimizzazione della vita del singolo, nella sua autoaffermazione sociale e soprattutto nell'ottimizzazione della qualità biologica del suo corpo .... Ci troviamo infatti immersi in funzionamenti sociali che esercitano il controllo sulle nostre vite, indirizzano i nostri comportamenti e stili di ricerca, non attraverso la limitazione o la preclusione di movimenti, non imponendo divieti e discipline ... nessun potere oggi ci minaccia o ci ricatta con la violenza, e la magia dei manipolatori occulti è squadernata sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare».

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