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Questo articolo è stato pubblicato il 03 giugno 2012 alle ore 08:14.

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«Al giorno d'oggi vi sono professori di filosofia, ma non filosofi», scriveva Thoreau in Welden, invitando ad amare la saggezza e a tradurla in vita coerente coi suoi dettami («una vita semplice, indipendente, magnanima e fiduciosa»). Anche Nietzsche lamentava che la filosofia fosse soltanto critica delle parole alle parole e non fosse vita; e il suo "Schopenhauer educatore" dava voce al disagio che egli provava quando era professore a Basilea, deluso dall'insegnamento universitario, preso dal vagheggiamento di fondare un'accademia greca dove dirigere gli allievi e indicar loro stili per una vita degna di essere vissuta. Ma cos'è accaduto alla filosofia da quando Socrate la interpretava, appunto, semplicemente come un modo di vivere? Una scissione radicale è avvenuta con la scolastica medievale: la religione cristiana si è arrogata il ruolo di unico modus vivendi legittimo, mentre la filosofia è diventata ancilla theologiae, speculazione astratta, teoria avulsa dalla pratica.
Questo interessante libro, incentrato su una ultima inedita intervista di Arnold Davidson a Pierre Hadot e corredato da una serie di studi sul pensiero filosofico del grande storico dell'antichità recentemente scomparso, ci propone alcune fondamentali considerazioni sul lascito etico e metodologico di Hadot. Proprio relativamente alla scissione "medievale" di cui si diceva sopra, l'operazione complessiva che Hadot ha inteso compiere è quella di recuperare una tradizione: la tradizione "laica" degli esercizi spirituali, la cui pratica, secondo lui, caratterizza una parte considerevole anche della filosofia moderna. Non solo Socrate e Marco Aurelio, dunque, ma anche Kierkegaard, Nietzsche, Bergson, Wittgenstein e Merleau-Ponty; e nella filosofia contemporanea, Cavell, Cora Diamond e (come ci suggerisce Arnold Davidson, fine esegeta e interlocutore di Hadot) autori dai quali meno ti aspetti insegnamenti metafilosofici, come Primo Levi, per esempio. Davidson, sulla scorta di Cavell, include nella "famiglia" dei filosofi che possiamo considerare accomunati da intenti etici e pedagogici affini a quelli indicati da Hadot i "trascendentalisti" americani Emerson e Thoreau. Loro ci hanno insegnato a leggere, e soprattutto cosa significa leggere, e Hadot li ripete. Leggere è dismettere il più possibile le nostre aspettative; è disimparare per reimparare, cercando nei testi non una mitologica autenticità o una altrettanto dubbia profondità da rivelare (Hadot è critico sia di un'ermeneutica del "sospetto" sia del nichilismo dei decostruzionisti, tipiche espressioni di quella che chiama l'"era del controsenso"), ma facendoli parlare per come parlavano ai loro diretti destinatari e "traducendone" il senso nel nostro "ordinario", rendendoli vivi, rigeneratori delle nostre relazioni col mondo e con gli altri. Nessuna laudatio temporis acti che comporti un implicito ripudio del presente, e nessuna nostalgia per un passato che non può tornare, ma recupero pedagogico di una lentezza e di una permeabilità nella lettura che sole possono consentire un corretto riappropriarsi della nostra tradizione allo scopo di cambiare noi stessi.
In molte sentenze e raccomandazioni di Hadot, l'intonazione esistenzialista è palese. Deve essere però chiaro che la soggettività, quel "noi", che ritorna prepotentemente al centro di un impegno morale (di tipo "perfezionista", direbbe Cavell) non è una soggettività romantica, eroica, nel pieno delle emozioni, o una soggettività che si realizza in un esercizio introspettivo e in una confessione, come in modi diversi incarnano Agostino, Montaigne o Rousseau. Anzi, secondo Hadot, la stessa obiettività, la stessa irrinunciabile oggettività scientifica (irrinunciabile anche per il filologo e lo storico), è una virtù, da conquistare con fatica nella lettura come nella ricerca, rinunciando alla parzialità dell'io individuale e passionale per elevarsi all'universalità di un io razionale che, in quanto tale, è sempre un io "relazionale".
Il richiamo del filosofo a una vocazione e a una disciplina rigorosa, anche se non a una "missione", è quanto mai urgente, direi soprattutto nella nostra cultura. Mi resta qualche dubbio se la filosofia teoretica, quel "semplice materiale concettuale" di cui parla Hadot, sia davvero sempre così lontana dalla vita e indifferente rispetto ai nostri destini. E non credo che per misurare quanto leggere Kant continui a cambiare noi stessi e il nostro mondo (anche quella scienza fisica che ce lo racconta e che cala ogni giorno di più nel nostro quotidiano) si debba ricorrere a una sua riduzione a "filosofo pratico". A meno di non leggerlo (assai poco hadotianamente) col pregiudizio che la conoscenza e la verità, come lui le intendeva, non ci educano a una vita migliore.
Arnold I. Davidson e Fréderic Worms
(a cura di), Pierre Hadot: l'insegnamento degli antichi, l'insegnamento dei moderni, Edizioni Ets, Pisa, pagg. 124,
€ 13,00

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