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Questo articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2012 alle ore 16:31.

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I 100 giorni di DocumentaI 100 giorni di Documenta

Una fanfara di ottoni ci avvolge; attorno a noi, in un magazzino della stazione di Kassel, sfila sul muro un corteo di ombre cinesi. Riconosciamo i protagonisti dei video che William Kentridge ha accostato su tre pareti, come momenti diversi di una medesima vicenda: un marito, una moglie, un amante neri in un imprecisato Ottocento. Al centro dello spazio sta una macchina di legno che respira come un polmone e ricorda la macinatrice di cioccolato dipinta al centro del Grande Vetro di Duchamp.

Che il richiamo sia consapevole o meno, la morale è la stessa: il mondo gira grazie al desiderio, l'unica fonte rinnovabile di energia. La dOCUMENTA(13) chiude il percorso in questo antro platonico, una caverna delle meraviglie pensata anche da attori, danzatori, musicisti e compositori. E anche da noi spettatori, che girandoci sulla sedia per vedere ora questo ora quel frammento, componiamo il nostro montaggio in modo impossibile da sovrapporre alla memoria altrui.

Tutta la mostra, un gigantesco organismo che invade la città e che passa dai bunker alla biblioteca, dal verde del parco ai binari della ferrovia, pare segnata dal tema della memoria; ciascuno mette insieme le cose nella maniera che gli è consona: non possiamo sperare che in una verità blandamente condivisa, in cui comunque le ragioni di vincitori e vinti, se ce ne sono, non appaiono mai completamente distinte. Il primo tema appare questo. Nella sede centrale, quella del Museum Fridericianum, la curatrice Carolyn Christov-Bakargiev ha messo insieme una stanza di memorabilia dove si incontrano statuette preistoriche e altri reperti archeologici, a loro volta in dialogo con le bottiglie usate da Morandi per i suoi quadri e confrontate con alcuni suoi dipinti. Morandi funziona bene, in effetti, come artista che spiega come una stessa comitiva di bottiglie possa ripresentarsi sempre in modo nuovo. Allo stesso modo, il passaggio dalla realtà al ricordo e al pensiero non ha regole prefissate. Ci stupisce ci incanta, a patto di riuscire a fuggire il bisogno di convinzioni inoppugnabili.

I ricordi vengono messi insieme in modo paratattico, come le immagini nei sogni a cui cerchiamo poi di imporre una narrazione. C'è anche questo tra le cose che ci racconta il grande arazzo che Goshka Macuga ha realizzato a Kabul (sede staccata della mostra), dove i visi di alcuni organizzatori occidentali si mescolano a quelli dello staff afghano e di alcuni barboni dormienti, stesi in primissimo piano come figure di raccordo tra l'opulenza del mondo dell'arte e la povertà della gente.

Ma qui passiamo a un secondo tema, quello della volontà di parlare anche dei luoghi caldi nel mondo (un'altra sede staccata della rassegna si trova al Cairo) partendo dal vento di cambiamento che spira ovunque: qui, in una Germania feroce e contraddittoria, ma anche nel mondo asiatico. Ed eccoci al terzo tema: non un vago impegno politico, ma la relazione tra mentalità diverse. In un paio di video realizzati da Wael Shawky con pupi di ceramica, si narra la storia delle Crociate e del rapporto tra cristiani e musulmani dal punto di vista di questi ultimi. La stessa questione si pone oggi ovunque ci siano contese territoriali: in una mostra che non lesina attenzioni alla Palestina, soprattutto negli statement del collettivo attivista AND AND AND, una delle star è Charlotte Salomon, un'ebrea morta a 28 anni di cui vediamo solo disegni realizzati tra il 1941 e il 1942, prima della sua deportazione. Centinaia di suoi disegni meravigliosi sono archiviati come gioielli. Quando Allora e Calzadilla ci portano a visitare un bunker, dove dobbiamo indossare un elmetto e assistere a un loro video, il tema torna: siamo nei luoghi dei carnefici e non vicino alle vittime. E ci sembrano vittime anche loro.

Un ulteriore aspetto è che, a dispetto delle performance subentranti e del carattere di processo esibito che hanno avuto le fasi di preparazione e che avranno i 100 giorni in cui la dOCUMENTA(13) sarà aperta, questa è una mostra di opere più che di operazioni. Ci sono, si vedono, sono installate con cura e molto spesso hanno dentro il piacere della manifattura. Kader Attia espone per esempio dei documenti – scritti, fotografie impressionanti, strumenti chirurgici – che riguardano le deformazioni del viso a causa di malattie o traumi come ferite da fuoco. I piedistalli di lamiera che riempiono la stanza come fossero scansie di un archivio reggono anche sculture di legno, busti il cui viso mostra la deformazione in parte redimendola, avvicinandola allo stile cubista, ma esibendo un'artigianalità che le trasforma in monumento. I grandi quadri di Julie Mehretu, eseguiti a china come sovrapposizione di prospettive architettoniche e pennellate che riportano al quadro il senso della piattezza, richiedono mesi di esecuzione. Anche se uno degli eventi inaugurali è stata un'intervista fatta da Marta Kuzma a Lawrence Weiner, maestro del concettuale, è chiaro che la lezione degli anni in cui si prospettava un'arte sine materia è andata persa. La montagnola con cui Sono Dong copre la visuale del tempietto alla fine del parco non è solo una provocazione contro una filosofia della storia di marchio hegeliano, con la Grecia sempre stagliata sullo sfondo, ma anche un atto di relazione con la terra e la materialità.

Per questa via vengono anche recuperate strade che portano alla poesia e alla bellezza, seppure in termini non canonici. Belle le lampade magiche di Nalini Malani, cilindri trasparenti ma decorati che proiettano sulle pareti composizioni di forme sempre diverse. Belle alcune delle opere nel parco, che in qualche caso si alleano alla natura in modo armonico: Chiara Fumai, per esempio, ha concepito una casa bianca che sa di favola e mito. Bello, anche se in modo tragico e devastante, l'accumulo di ferraglie che Lara Favaretto ha portato alla fine della stazione. Allegoria del binario morto, parla di un'agonia tormentata del nostro mondo ma anche della possibilità di riciclarci.

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