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Questo articolo è stato pubblicato il 17 giugno 2012 alle ore 08:17.

Un paio d'anni fa, invitato a tenere una prolusione all'università di Salamanca, fui condotto prima nella «Sala Miguel de Unamuno», ove il famoso pensatore fu docente di greco per divenire poi rettore, e più tardi al n. 25 della vicina calle Libreros, nella casa ove egli visse e morì il 31 dicembre 1936. Fu certamente per me un'emozione, anche perché il mio ricordo s'intrecciava con l'eco di un incontro che anni prima avevo avuto con uno dei nostri grandi personaggi della cultura del Novecento, Carlo Bo. Egli abitava in una via adiacente alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, della quale allora ero Prefetto, e mi accadeva non di rado di incrociarlo per le stradine del quartiere, mentre avanzava imponente e silenzioso, o di visitarlo nella sua residenza.
Ebbene, in uno di questi incontri, il discorso cadde proprio su Unamuno e su una delle sue opere che mi avevano colpito, l'Agonia del cristianesimo, un testo elaborato nell'epoca della dittatura del generale Primo de Rivera, quando il filosofo fu costretto all'esilio in Francia (non per nulla l'opera fu composta in francese nel 1924 e tradotta in spagnolo solo nel 1931, alla fine del regime). Non ricordavo che Bo aveva premesso una sua «Replica» proprio a un'edizione italiana del saggio apparsa nel 1945 e che questa nota era piuttosto severa. Tra l'altro, senza esitazione, egli affermava che «scrittori simili godono di un fervore improvviso del lettore ma difficilmente resistono al gioco lento e disposto della memoria». Naturalmente, Bo non aveva cambiato parere e, pur nella laconicità dei suoi dialoghi, dominati in prevalenza dall'ascolto e dal silenzio, mi ribadì la sua critica.
Per lui era debole non tanto la selezione piuttosto libera e originale dei temi operata da Unamuno, quanto piuttosto il metodo e l'impostazione insufficienti a coprire un soggetto così ambizioso e drammatico com'è quello dell'essenza del cristianesimo. Ho ritrovato sia la critica di Bo sia soprattutto le pagine dell'autore spagnolo nell'edizione curata da Enrico Rubetti dell'Università del San Raffaele di Milano. A lui devo anche una guida di lettura suggestiva per un'opera che rimane a mio avviso affascinante, pur nella fragilità di certi percorsi, nell'impronta autobiografica e nel taglio colloquiale. Sembra di intravedere nei dieci capitoletti dello scritto (che è qui proposto col testo originale francese a fronte) il confluire di temi e idee che avevano attraversato non solo alcuni saggi precedenti (soprattutto il potente Del sentimento tragico della vita del 1913), ma anche la sua stessa tormentata esistenza che avrebbe registrato successivamente altre tappe travagliate.
La categoria centrale ovviamente è quella dell'«agonia», cioè della lotta, che è vissuta già da Cristo, ma che è strutturale al cristianesimo: è paradossale, ma già san Paolo chiede ai Romani (15,30) di synagonizesthai, cioè di «lottare con lui» nelle preghiere, e la lotta di Giacobbe col misterioso essere divino lungo le sponde del fiume Jabbok narrata dal capitolo 32 della Genesi è interpretata dal profeta Osea come un'invocazione orante (12,4-5). Ma Unamuno va oltre e considera l'«agonia» come la filigrana stessa dell'esistenza umana, nella quale la persona ingaggia un duello permanente con la vita e che ha per approdo la morte. Essa, però, si rivela come l'affacciarsi sull'eterno, sull'immortalità, allo stesso modo dell'agonia di Cristo che prelude all'alba pasquale. Illuminante, al riguardo, è proprio il primo capitolo dell'opera, semplicemente intitolato «L'agonia» e aperto dal grido di Gesù: «Non crediate che io sia venuto a portare pace in terra; non la pace ma la guerra!» (Matteo 10,34).
Il volto che entra in scena subito e che aleggerà su tutte le pagine è proprio quello «terribilmente tragico dei nostri crocifissi, i nostri Cristi spagnoli. È il culto del Cristo agonizzante, non morto», principio di una fede mobile destinata talora a scivolare fin nel territorio del dubitare che, come ricorda Unamuno, «ha la stessa radice, duo, due di duellum, lotta» (in verità etimologicamente duellum deriva piuttosto da bellum, «guerra»). Per questo, «fede che non dubita è fede morta». È facile risalire agli antecedenti pascaliani del «Cristo in agonia sino alla fine dei tempi» del celebre Pensiero 553 (Brunschvicg): non per nulla uno dei capitoli è appunto dedicato alla «Fede pascaliana». In questo credere scandito dalla tensione, continua lo scrittore spagnolo, «vincere vuol dire essere vinto. Il trionfo dell'agonia è la morte, e questa morte è forse la vita eterna». Si spiega così il motto di quella straordinaria mistica che fu santa Teresa d'Avila posto in esergo al libro: «Muoio perché non muoio».
Molte sono le provocazioni seminate dallo scritto unamuniano e il commento che Rubetti fa alla «Replica» di Bo ne mette in luce la criticità, fermo restando che l'approccio ha in sé una sua forza, la quale però non rende pienamente ragione della struttura globale del kerygma cristiano, cioè del suo cuore che è «agonico» e incarnazionista, sì, ma che è anche «pasquale», salvifico e trascendente (analoga era la riserva che si poteva avanzare al cristianesimo di Sergio Quinzio, con le dovute distanze di qualità). Interessante è, comunque, riproporre questa figura originale, mobile e geniale: le stesse «parole chiave» che il commentatore pone in appendice fanno capire quanto complesso sia l'accostamento di Unamuno da parte del lettore comune (si vedano, ad esempio, le voci «caso», «nullismo» che non è il nichilismo, «rintontire», «virilità» che è volontà di credere, «vita intima» e soprattutto «ansia di immortalità»). Tra parentesi, si deve a lui la formula, fin abusata ai nostri giorni, del «credere di credere» per indicare una fede illusoria, ribaltata poi nel «credere di non credere».

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