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Questo articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2012 alle ore 18:44.

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Con i libri forse non si mangia, ma dove si mangia è più facile vendere un libro. È ciò che devono essersi detti i booksellers londinesi protagonisti della rinascita di una specie in via di estinzione: la piccola libreria indipendente.

Per capire come sia potuto succedere, basta vagare un sabato mattina lungo il Broadway Market, la "strip" bohémien nell'East End diventata nel volgere di un lustro il modello del giusto mix tra stomaco e cervello. Lontano dal trambusto di Charing Cross, dalle librerie tramutatesi in trappole per turisti e dalle atmosfere "champagne socialist" di Hampstead, il miracolo della nuova Left Bank letteraria è tanto stupefacente da essere studiato all'Università.

«Quando arrivai qui nel 2005 – ricorda Jane, la proprietaria del Broadway Bookshop che ha fatto da pioniera – poteva sembrare un azzardo. L'affitto però era così basso». Oggi la Broadway londinese è una mecca per "cognoscenti", il luogo che mescola ristorantini bio e il meglio delle culture visive (da Artwords), macellai egiziani e fiction di qualità (il top è da Barrow Books, oppure ai banchetti di Donlon). Neil Burgess, storico agente di fotografi, ha lanciato a maggio l'ultima sfida: un mercato di editori e librai indie, la domenica sulla striscia di asfalto di fronte all'Hackney City Farm. «Vent'anni fa – spiega – il "net book agreement" fissava un prezzo uguale per tutti. Poi la liberalizzazione sembrò dover spazzar via i piccoli lasciando il mercato alle grandi catene. Ma anche loro hanno trovato pane per i propri denti: la rivoluzione di Amazon e degli e-book ».

E i pesci piccoli tornano a nuotare. Passione, intelligenza, coraggio quando serve: la ricetta è sempre la stessa. Gran parte dei nuovi indipendenti occupa qualche centinaio di metri quadri, e ha scelto business plan all'insegna della cautela. Pages of Hackney è nata due anni fa negli spazi di un ufficio postale, lungo una strada, Lower Clapton Road, che chiamavano "The Murder Mile". Dietro l'angolo, la casa dove il giovane Harold Pinter sognava un futuro da scrittore. Nessuna libreria, allora, da queste parti. Bisognava salire sul bus e andarsene a Islington per mettersi un volume in tasca. Oggi il vecchio post office ospita incontri con il meglio della scena letteraria londinese: China Mieville, Rebecca Hunt, Iain Sinclair.

Da Luminous, libreria-biblioteca pop-up aperta due sabati al mese, c'è un'eccezionale raccolta di fanzine: Inc. Magazine, Nyx – A nocturnal, Vertigo of the Modern. Qualcuno azzarda: sembra il Greenwich Village del 1964. Di certo è un'ode alla carta nell'epoca della corsa al digitale. Un forte senso di community anima una generazione di imprenditori figlia di un approccio moderno al business: niente sconti facili, ma scaffali di legno riciclato più Twitter.

E proprio oggi che la rinascita indie fa notizia, il suo primo apologeta James Daunt, ex banchiere fattosi libraio 22 anni fa in Marylebone High Street, è stato chiamato dal magnate russo Alexander Mamut al capezzale dell'ammaccata Waterstone's. Appena nominato era partito all'attacco di Amazon, «l'incessante diavolo succhiasoldi». Poi è dovuto scendere a patti, annunciando una partnership con Kindle e degli e-book. La speranza è che creare angoli digitali nei negozi aiuti anche a vendere i libri di carta. Il rimpianto è che Amazon.co.uk impacchetta e spedisce da Milton Keynes, ma negli ultimi anni ha pagato un'imposta societaria pari a zero.

Miracoli da paradiso fiscale. Quelli che i piccoli librai con i conti sempre sul filo non possono permettersi. Ma forse l'idea di creare una nicchia di cemento nel fantastico mondo degli e-book non è peregrina. E se è vero che Londra è un microcosmo speciale, e che una rondine non fa primavera, 96 rondini (tante sono le librerie indie) forse sì.
Un macellaio vicino, in ogni caso, aiuta.

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