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Questo articolo è stato pubblicato il 29 giugno 2012 alle ore 08:45.

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illustrazioni di Olimpia Zagnoliillustrazioni di Olimpia Zagnoli

In Distant View of a Minaret, la compianta scrittrice egiziana Alifa Rifaat inizia il suo racconto con una donna così poco coinvolta dal sesso con il marito da avere il tempo, mentre lui si concentra unicamente sul proprio piacere, di notare sul soffitto una ragnatela da levare con la scopa e di rimuginare sul rifiuto di lui di prolungare l'atto sessuale per consentire anche a lei di raggiungere l'orgasmo, «come se volesse intenzionalmente privarla del piacere».

Proprio mentre lui le nega l'orgasmo, la chiamata alla preghiera interrompe il suo, e l'uomo se ne va. Dopo essersi lavata, la donna si immerge nella preghiera – tanto più appagante rispetto al sesso che non vede l'ora che arrivi la preghiera successiva – e dal balcone guarda giù in strada. Da brava moglie, interrompe le sue fantasticherie per andare a preparare il caffè al marito e portarglielo quando si sveglia dal sonnellino. Entrando in camera per versarglielo davanti, come gradisce lui, si accorge che è morto. Dice al figlio di andare a chiamare un dottore. «Tornò in salotto e si versò del caffè per sé. Era sorpresa di essere così tranquilla», scrive la Rifaat. In tre pagine e mezzo di prosa maliziosa e incisiva, la scrittrice presenta un tris di sesso, morte e religione, un bulldozer che spazza via negazione e ritrosia arrivando al cuore della misoginia del Medio Oriente. Non c'è modo di indorare la pillola. Non ci odiano perché siamo libere, come sosteneva il cliché americano post 11 settembre. Non siamo libere perché ci odiano, come racconta così efficacemente questa donna araba.

Sì, loro ci odiano. Diciamolo. Qualcuno potrebbe chiedersi perché sollevo la questione ora, nel momento in cui la regione si è ribellata, spinta non dal consueto odio verso America e Israele, ma da una diffusa richiesta di libertà. D'altronde, prima di chiedere un trattamento speciale per le donne bisogna garantire a tutti i diritti fondamentali, no? E cosa c'entra il genere – o, se è per questo, il sesso – con la Primavera araba? Ma io non sto parlando del sesso nascosto negli anfratti oscuri e dietro le porte chiuse delle camere da letto. C'è un intero sistema politico ed economico – quello che tratta come animali metà degli esseri umani – che dev'essere abbattuto, al pari delle altre e più scontate tirannie che bloccano il futuro della regione. Finché la rabbia contro gli oppressori che vivono nei palazzi presidenziali non si sposterà contro gli oppressori che popolano le nostre strade e le nostre case, la nostra rivoluzione non sarà nemmeno cominciata.

E sì, certo, per le donne è dura in tutto il mondo; sì, certo, gli Stati Uniti non hanno ancora eletto un presidente donna (01); e sì, certo in molti Paesi occidentali (io vivo in un Paese occidentale) le donne sono trattate come oggetti. È qui che va a finire la conversazione quando si cerca di discutere del perché le società arabe odiano le donne. Ma lasciamo stare quello che gli Stati Uniti fanno o non fanno alle donne. Nominatemi un Paese arabo a caso e vi reciterò una litania di abusi alimentati da una miscela tossica di cultura e religione di cui pochi sembrano desiderosi o capaci di liberarsi, per paura di risultare blasfemi od offensivi. Ma se oltre il 90 per cento delle donne egiziane che si sono sposate almeno una volta nella vita – incluse mia madre e cinque delle sue sei sorelle – ha subito la mutilazione dei genitali in nome del decoro, allora ben venga la blasfemia. Se le donne egiziane sono sottoposte a umilianti test di verginità solo per aver fatto sentire la propria voce, non è il momento di tacere. Se un articolo del codice penale egiziano dice che una donna che è stata percossa dal marito «con buone intenzioni» non ha diritto ad alcun indennizzo, chi se ne frega di essere politicamente corretti. E quali sarebbero, poi, queste «buone intenzioni»? Secondo la legge può essere definita tale qualsiasi percossa che non sia «violenta» o «diretta al volto».

Quando si parla della condizione delle donne in Medio Oriente, le cose stanno peggio di quanto non si pensi. Molto, molto peggio. Anche dopo queste "rivoluzioni", va più o meno tutto bene finché le donne rimangono velate e chiuse in casa, private perfino del diritto elementare di spostarsi al volante della propria auto, costrette a chiedere agli uomini il permesso di viaggiare e impossibilitate a sposarsi (o divorziare) senza la benedizione di un guardiano maschio.

Nei primi cento posti della classifica del rapporto sulla disparità di genere del Forum economico mondiale non compare un solo Paese arabo (02), anzi tutta la regione si attesta compatta in fondo alla classifica. Poveri o ricchi, odiamo tutti le nostre donne. Due Stati confinanti come Arabia Saudita e Yemen sono lontani anni luce quanto a prodotto interno lordo, ma in questa classifica sono distanti quattro posizioni, con il regno saudita al 131° posto e il suo vicino del sud al 135° (su 135). Il Marocco, spesso elogiato per il suo "avanzato" codice di famiglia, si piazza alla posizione 129; stando alle dichiarazioni del ministro della Giustizia di Rabat, nel 2010 i matrimoni che hanno coinvolto ragazze minorenni sono stati 41.098.

È facile capire perché lo Yemen occupa l'ultima posizione: il 55 per cento delle donne non sa leggere e scrivere, il 79 per cento non lavora e su 301 parlamentari c'è solo una donna. Le notizie raccapriccianti su 12enni che muoiono di parto non fermano la marea di matrimoni minorili. Anzi, le manifestazioni in favore di questa pratica sono molto più affollate di quelle che ne chiedono l'abolizione, con il sostegno delle dichiarazioni di esponenti del clero che accusano di apostasia chi si oppone alla pedofilia di Stato, perché secondo loro il profeta Maometto aveva sposato la sua seconda moglie, Aisha, quando era ancora bambina.

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