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Questo articolo è stato pubblicato il 22 luglio 2012 alle ore 08:16.

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L'ultimo libro di Defanti prova a smontare l'abuso propagandistico della storia del movimento eugenico, al fine di restringere le libertà di scelte quando si decide di fare un figlio o alla fine vita. Obiettivo più che apprezzabile. Come non condividere la critica al tentativo, da parte di vari integralisti, di far passare per «eugenisti» (che per una semantica faziosa è sinonimo di «nazisti») quei genitori che, guidati da salutari emozioni, usano la ragione e le moderne tecnologie per non mettere al mondo figli con gravi malattie genetiche? Malattie che causano un'esistenza di sofferenze prima di tutto per chi nasce (senza averlo chiesto). Per riflesso pavloviano, nel mondo politico-intellettuale italiano è «nazista» anche chi giudica etico aiutare a morire le persone che lo chiedono consapevolmente, o non tenere in vita chi, per danni o condizioni disfunzionali irreversibili del suo cervello, non sarà mai, o non è più mentalmente persona.
Il tema, però, poteva essere meglio inquadrato e discusso. È vero che ci vuole una bella malafede per confondere la libera scelta riproduttiva in una liberaldemocrazia, con il controllo coercitivo di uno Stato totalitario. Si tratti di quello nazista tedesco, o del modello scandinavo di welfare state fino agli anni Settanta, o dell'attuale regime cinese. L'eugenica, di cui si abusa come esempio storico, è quest'ultima cosa. Però è anche una tesi superata, quella che riconosce in tale fraintendimento l'origine dei problemi creati dal cosiddetto «pensiero eugenico»: l'idea, cioè, che si debba fare qualcosa per orientare le scelte riproduttive nel nome di qualche presunto interesse sopraindividuale.
L'eugenica, come rischio che si possano determinare interferenze nelle libertà individuali nel nome di astrazioni come la comunità, la società, lo Stato o la Chiesa, sta assumendo forme nuove. Quindi, è necessario andare a monte nella ricostruzione storica dell'eugenica, perché i problemi non iniziano nel 1883 con Galton, né sono una conseguenza del cortocircuito tra teoria darwiniana dell'evoluzione, dottrina economica liberista e teorie moreliano-lombrosiane della degenerazione.
La pressione per un controllo sociale della riproduzione e per promuovere accoppiamenti che incrementino nella popolazione tratti socialmente desiderati, si trova in tutte le civiltà. Personalmente, non vedo importanti discontinuità morali tra tentativi anche molto diversi di esercitare un controllo coercitivo sulla riproduzione umana: da quelli decantati nell'Avesta, all'esperimento di stirpicoltura a Oneida (1869-79) o al progetto nazista Lebensborn. Se ne potrebbero citare decine.
Le storie locali delle eugeniche conservatrici e riformiste post-galtoniane, cioè delle tradizioni socialiste, moderate e razziste dell'eugenica, così come le vaghe idee sui temi della sessualità e della riproduzione che i filosofi post-foucaultiani chiamano «biopolitica», non aiutano a capire cosa è accaduto e cosa sta accadendo. Né aiuta discuterne mescolando eugenica ed eutanasia, come fa anche Defanti: traducendo nel libro il discusso saggio di Binding e Hoche del 1920 Il permesso di sopprimere vite indegne di vivere. È vero che né Binding né Hoche furono nazisti, che i loro argomenti erano banalmente di carattere retributivista e utilitarista, e che, nel passato, eugenica ed eutanasia sono state discusse insieme. Ma le scelte di inizio vita e le scelte di fine vita sono oggi così medicalmente distinte, che si ingenera solo confusione a riavvicinarle.
Che cosa manca allora? Di sicuro, gli studi empirici della sociologa e bioeticista Dorothy Wertz, eseguiti anche per testare tesi analoghe a quella di Defanti. In particolare l'idea di Philip Kitcher, che nella prima edizione di The lives to come (1997) e in piena operatività del Progetto Genoma Umano, diceva che con la nuova genetica sarà inevitabile che le persone cerchino di controllare e scegliere le caratteristiche della prole. Però, continuava il filosofo statunitense, l'eugenica i danni li aveva fatti causando interventi coercitivi (con sterilizzazioni forzate) che oggi sono condannati da tutti: per cui, insieme ad altri bioeticisti come Arthuer Caplan o John Harris, difese (ma poi ci ha ripensato) quella che chiamò «laissez faire eugenics».
La Wertz condusse uno studio, in due tornate, sulla percezione dell'uso dei test e delle diagnosi genetiche presso i genetisti che lavoravano in alcune decine di Paesi, anche presso consumatori di test genetici. I risultati sono stati pubblicati in un libro, che portò a termine il suo maestro perché nel frattempo lei morì, cioè il famoso bioeticista Joseph Fletcher, intitolato Genetics and Ethics in Global Perspective (Dordrecht, Kluwer, 2004). Da quelle ricerche risulta che il pensiero eugenico, inteso come spinta sociale verso l'interferenza nelle scelte riproduttive «è vivo e sta bene!». Ma oggi i rischi non li corrono i cittadini che vivono nei Paesi «dove si parla inglese» (inclusi i Paesi nordeuropei), perché lì i genetisti fanno consulenze non direttive, cioè rispettano abbastanza rigorosamente l'autonomia dei pazienti. Mentre nel resto del mondo, inclusi i Paesi del Sud Europa, ma soprattutto quando si va verso Est e in Africa, i genetisti che hanno risposto ai questionari dicono di ritenere che la consulenza genetica abbia una funzione medico-sociale, cioè serva a non far nascere bambini con malattie ereditarie per un interesse della comunità. Ebbene, per ottenere tale scopo essi giudicano lecito anche manipolare l'informazione, enfatizzando la gravità della malattia e così inducendo una coppia a interrompere la gravidanza. Quindi, la libertà riproduttiva continua a essere minacciata da una mentalità paternalista, dalla presunzione di sapere cosa è bene per le persone e cercare di imporre la propria visione morale e credere che la società sia più importante della libertà individuale. Il paternalismo sembra quasi un'infezione che colpisce chiunque assume un ruolo professionale in ambito sanitario. Inclusi, ovviamente, i bioeticisti.

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