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Questo articolo è stato pubblicato il 02 settembre 2012 alle ore 08:17.

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La storia dell'arte è come la medicina, è una disciplina che abbraccia diverse competenze e diverse specializzazioni. Facciamo un esempio: chi di noi, avendo un problema agli occhi, andrebbe a farsi visitare da un ginecologo o avendo il cuore fuori posto chiederebbe lumi a un dermatologo? Nessuno. Per la storia dell'arte è la stessa cosa.
Quando non si comprende il soggetto di un quadro è sconsigliabile rivolgersi a un ricercatore d'archivio, meglio interpellare un iconologo. Allo stesso modo, se si vuol sapere la paternità di un disegno o di un dipinto, la scelta migliore è quella di rivolgersi a uno storico dell'arte filologo, un conoscitore allenato a fare «attribuzioni», ovvero a riconoscere la mano e l'epoca di questo o di quell'artista.
Essere attribuzionisti, iconologi, studiosi di documenti o storici delle idee non rappresenta una graduatoria di merito. Ogni specializzazione è utile alla comprensione generale delle opere d'arte. Tuttavia, capita che alcuni storici dell'arte non filologi non resistano alla tentazione di improvvisarsi attribuzionisti. Ed è questa tentazione che ha portato all'incidente dei «100 disegni di Caravaggio».
Chi ha attribuito al Merisi i fogli conservati al Castello Sforzesco di Milano – ovvero Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli – non pare provenire dalle file degli attribuzionisti militanti. Che non siano filologi di professione lo si è sospettato dalle loro mosse: nessuna visione dei disegni dal vero, nessuna consultazione preventiva con chi ha lungamente studiato gli stessi fogli, nessuna remora davanti al fatto che di Caravaggio non si conosca alcun disegno di comparazione. La decisione di affidare a due e-book su Amazon il risultato della "scoperta" (autodefinendola con modestia «un'autentica rivoluzione del Sistema Merisi, una delle maggiori e articolate scoperte nel campo della storia dell'arte e della cultura») ha sortito il positivo effetto di attirare sulla vicenda l'attenzione mondiale dei mass media, ma anche la spiacevole contro indicazione di solleticare gli occhi dei seguaci di Berenson, Longhi e Zeri: i temibili filologi attribuzionisti.
Il giovane Davide Dotti, laureatosi in Cattolica e perfezionatosi alla Fondazione Longhi, è uno di loro. Mosso da grande curiosità, si è messo di buona lena al lavoro accorgendosi (e dimostrando con prove) che molte attribuzioni a Caravaggio non stavano oggettivamente in piedi. Così, per far partecipare il lettore al lavorìo critico è nato l'appuntamento «Altro che Caravaggio!» conclusosi domenica scorsa (questi articoli saranno da domani disponibili on line sul sito del Sole 24 Ore).
Ora sarebbe utile che il Castello Sforzesco esponesse i disegni in questione per farli esaminare a tutti gli interessati (compresi Bernardelli Curuz e Conconi Fedrigolli che, finalmente, potrebbero vederli dal vero). La seconda mossa sarebbe quella di organizzare un convegno, una sorta di «processo a Caravaggio» simile a quello organizzato con successo a Roma attorno al controverso Sant'Agostino Giustiniani. A Milano i due studiosi potrebbero presentare le loro tesi davanti a esperti del settore senza nascondersi dietro Amazon – che peraltro li ha scaricati subito, ritirando i loro due e-book dal commercio tre giorni dopo la pubblicazione – e soprattutto senza ostentare gli atteggiamenti minacciosi sin qui dimostrati nei confronti dei dissenzienti. Infatti, spiace ricordare che durante la conferenza stampa di presentazione dello "scoop" un giornalista poco convinto delle attribuzioni caravaggesche ha osato sorridere e ha così rischiato di venir malmenato da uno degli "scopritori" (si veda il filmato su Youtube). E altrettanto poco edificanti sono le espressioni riservate agli increduli che circolano su Facebook («proseguirò fino a distruggerli!»). Tutte procedure molto poco filologiche.
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