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Questo articolo è stato pubblicato il 09 settembre 2012 alle ore 08:15.

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L'ultimo sforzo è lungo 50 chilometri, poi l'acqua verdazzurra della Loira smette di scivolare pacificamente e di essere fiume. Diventa estuario, onde, marea, si confonde con le correnti e la forza dell'Atlantico. Se il vento dell'Ovest porta l'odore dell'Oceano, Nantes ha un sussulto di nostalgia. Si ricorda di essere stata, un tempo, anche città di mare. Accadeva quando i cantieri navali sfornavano golette, bastimenti, sommergibili, e la metallurgia e la carpenteria erano al centro dell'economia nantese. All'epoca, quegli ultimi 50 chilometri che separavano la città dall'acqua salata non contavano. Erano solo uno scherzo della geografia, un granello di sabbia che poteva appartenere alla Loira così come al mare. La data spartiacque è il 1987, quando le grandi officine fermano i battenti e la città si ritrova, incredula, a decifrare quella strana capriola dell'economia. Era già scomparsa nel passato l'aristocrazia che aveva fatto fortuna commerciando in schiavi e materie prime. Scompare, alla fine degli anni 80, anche l'aristocrazia operaia dei cantieri, e con lei le lotte operaie.
Ci sono molti modi di reinventare una città e di regalarle l'illusione di un destino. Nantes si è creata un laboratorio: è l'isola sul fiume, dove un tempo sorgevano i cantieri navali. Isola e centro storico, separati dalla Loira, sembrano studiarsi a vicenda. In attesa di convincersi reciprocamente che una nuova vita è incominciata. Nel frattempo, l'area metropolitana non è rimasta ferma. Dopo che il sipario è calato sulla cantieristica, la città ha scommesso sui poli di ricerca scientifica e tecnologica, ha rilanciato l'industria agroalimentare. Ma tutto quello che si fa sull'isola risponde a una missione generale e condivisa: reinventare la città attraverso l'arte.
Si attraversa il ponte Anna di Bretagna, che dalla riva nord della Loira porta pensieri e desideri fino alla Prairie du Duc, dove sorgevano i vecchi cantieri, e si entra in uno spazio urbano in parte ridisegnato sotto l'impulso dell'architetto-paesaggista Alexandre Chemetoff, in parte ancora da ridisegnare. Dove tutto, all'improvviso, può accadere, come se dal museo Jules Verne, che domina l'isola dall'altra sponda della Loira, giungessero gli impulsi di una imprevedibile regìa dell'immaginario.
Sull'isola di Nantes è evidente la nostalgia della città per il mare. Jean-Marc Ayrault, a lungo sindaco di Nantes e attuale primo ministro francese, ha voluto conservare il ricordo della costruzione navale: una titanica gru gialla testimonia il passato industriale della città. Ma oggi le arti che consistevano nel domare il metallo, e nel lavorare il legno, risorgono attraverso una sorprendente metempsicosi. Un enorme elefante meccanico dal cuore di metallo e dalla pelle di legno, alto 12 metri e in grado di trasportare sulla groppa fino a 50 turisti, passeggia sull'area dei cantieri con movimenti di impressionante naturalezza. Potenti barriti lacerano l'aria come un tempo le sirene dei cantieri, e quando la proboscide non disegna nell'aria ghirigori, spruzza generosamente, con un pizzico di dispettosa crudeltà, i turisti che incrocia lungo il cammino.
Il grande elefante di Nantes è il capostipite di un bestiario meccanico che viene costruito sotto le navate degli ex cantieri navali. Le «Machines de l'Île» sono anche dinosauri, uccelli, pesci, insetti, piante. Sono architetture viventi che usano il movimento come linguaggio e come fonte di sorpresa e di emozione. Il loro mostrarsi in pubblico non è casuale. "Fuggono" dalle grandi officine per rivelare un progetto culturale in corso, per dimostrare che Nantes non ha ripudiato le vecchie lavorazioni del metallo e del legno, e per stabilire un legame con un territorio in mutazione. Il deus ex machina di questo zoo, a metà strada tra i mondi inventati di Jules Verne e le macchine straordinarie di Leonardo da Vinci, è «La Machine», una compagnia teatrale specializzata in spettacoli pubblici. I suoi ispiratori sono François Delarozière e Pierre Orefice, esperti di teatro di strada e di scenografie urbane. «C'è uno stretto legame tra l'elefante – spiega Delaroziére, 49 anni, direttore artistico de "La Machine" – e le tecniche della costruzione navale. Costruire il corpo del grande pachiderma è stato un po' come realizzare il fasciame di una nave, sono state utilizzate tecniche comparabili alle vecchie costruzioni navali». Bizzarre, sorprendenti per la loro efficienza meccanica e per il loro realismo estetico, le Machines de l'Île aiutano a "sognare" la città del domani, che non sarà necessariamente una città-savana popolata di animali giganti. Quello che conta è amalgamare l'arte e il pubblico, trasformare lo sguardo con cui si considera lo spazio urbano. «Non saprei dire con certezza – dice Delaroziére – perché ho scelto di riprodurre il mondo animale. Forse perché nella mia formazione hanno avuto un ruolo importante gli studi del mondo vegetale e animale. La natura, quindi, è stata la mia fonte di ispirazione».
I musei, le sculture, i giardini, i locali per il tempo libero, le nuove architetture degli edifici pubblici, fanno dell'isola di Nantes il laboratorio per eccellenza della nuova vita cittadina, dove l'ansia per il futuro giustifica ogni sperimentazione e diventa attrazione turistica. Sull'altra sponda del fiume, per chi lo vuole, c'è sempre la vecchia Nantes delle cattedrali e dell'aristocrazia, la Nantes che si dà appuntamento alla Cigale, gioiello della belle époque e caratteristico ristorante cittadino, dalle pareti riccamente decorate di maioliche italiane. O che fa compere nel Passaggio Pommeray, una delle più antiche e belle gallerie commerciali di Francia. Tutti luoghi che, come gemme, punteggiano le pellicole di Jacques Demy, il cineasta della commedia musicale alla francese, che ha tratto ispirazione dalla sua gioventù nantese.