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Questo articolo è stato pubblicato il 11 settembre 2012 alle ore 16:29.
One Direction
Dite la verità: vi state ancora chiedendo chi fossero quei cinque giovincelli che all'ultimo Sanremo si presentarono sul palco abbigliati a tinte pastello e acconciati con capigliature improponibili, tra gli urletti estasiati delle teenager. Sappiate che ormai fate parte di una minoranza: gli One Direction – i tipi in questione si chiamano proprio così – entrano infatti nel novero delle boy band di maggiore successo della storia.
Particolare non di poco conto perché il successo (quello commerciale, beninteso) per una boy band vale tutto. I vari Niall, Zayn, Liam, Harry e Louis, un po' inglesi e un po' irlandesi, tutti tra i 18 e i 21 anni (per quanto ne dimostrino addirittura meno), continuano infatti a macinare performance da record: nell'ultima manciata di giorni hanno portato a casa ben tre Mtv Video Music Awards e ufficializzato il loro ingresso nel Guinness dei primati.
Successi e veleni. In casa Mtv si sono aggiudicati la palma per il «Best pop video» (con «What makes you beautiful»), per il «Best new artist» e il «Most share - worthy video», segno di quanto sia agguerrita l'ampia tribù dei fan che già due anni fa li spinse su fino al terzo posto dell'edizione inglese di X-Factor. Alle loro spalle nella cerimonia di Mtv, decisamente non una ragazzina di primo pelo: una certa Rihanna che, in barba a ben cinque nomination, ha dovuto accontentarsi di un solo riconoscimento. Nel Guinness i cinque ragazzi ci entrano invece come prima band inglese a essersi piazzata con l'album di debutto al numero uno della classifica degli album più venduti negli Stati Uniti. Il record era stato raggiunto lo scorso 31 marzo, quando «Up All Night» è balzato in testa alle charts statunitensi. «Non ci saremmo mai sognati di arrivare a questo traguardo. Siamo molto orgogliosi», hanno commentato i diretti interessati.
Con buona pace dei critici «seri» della rivista britannica «New Musical Express» che li hanno invece etichettati come peggiore band del 2012.
Fenomenologia della boy band. Siamo insomma alle solite: più il pubblico degli intenditori torce il naso, più il popolo dei fedelissimi fa quadrato, compra dischi, va ai concerti, vota ai sondaggi, appende poster in cameretta. Dinamiche non troppo dissimili a quelle di circa venti anni fa, quando il fenomeno delle boy band ha conosciuto il suo apice. Ma per rintracciare i tratti distintivi del genere occorre andare molto più indietro, fino al tempo in cui l'industria discografica comprese per la prima volta l'enorme potenziale del pubblico dei teenager.
E cominciò ad aggredirlo con una ricetta semplice quanto efficace: prendi quattro o cinque giovincelli, possibilmente di bell'aspetto, mettili su un palco a cantare più o meno a cappella, a incrociare passi di danza mettendosi bene in mostra. Meglio ancora se non suonano: perché gli strumenti potrebbero nasconderne le forme.
Dai Jackson 5 ai Menudo. In principio furono le band formato famiglia, qualcuna delle quali neanche maluccio. Negli anni Sessanta chi aveva poche pretese poteva optare sulla versione disimpegnata del modello beatlesiano offerto dai Monkees, la cui «I'm a believer» diventerà in seguito punto di riferimento per i devoti dell'orco Shrek. I Settanta saranno segnati dal fenomeno degli Osmonds, cinque fratellini canori e danzerecci bravi a trascinare la gente in pista con la loro «Crazy Horses», e dai Jackson 5 del piccolo Michael già in grande spolvero in «I want you back». Tra i format dell'epoca di maggiore successo, quello dei portoricani Menudo, a capo dei quali figurava un imberbe Ricky Martin.
L'«aurea aetas». Se negli anni Ottanta Boston si impone come la capitale del genere, grazie alle performance di vendita di boy band locali come New Edition e New Kids on the Block, i Novanta coincideranno con l'età dell'oro dei complessi di giovani cantanti-ballerini, più impomatati che mai. L'Inghilterra chiama con i «Take That», formazione dalla quale al fin della fiera uscirà un degnissimo pop artist del calibro di Robbie Williams; gli States rispondono con i Backstreet Boys, ancora oggi detentori del titolo di boy band che ha venduto di più.
Le fan si dividono tra chi si strappa i capelli per «Back for Good» e chi ha la pelle d'oca per «Everybody», mentre intorno è tutto un fiorire di Boyz II Men e Boyzone. Alla fine, però, vale sempre la stessa storia: dietro ogni boy band di successo c'è un produttore che la sa lunga. Chiedete a Simon Cowell, producer e inventore di innumerevoli talent show. Senza il quale gli One Direction forse a quest'ora si sarebbero iscritti all'università.
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